Al largo.


Al largo.

Di secchi bocconi
di amarezze e delusioni
spesso ci siamo nutriti.
A volte vestiti
di sorpresa ed emozioni,
quasi sopraffatti
dalla disabitudine.
ai regali della vita.
Ma sempre
con il battito del cuore
nelle tempie,
gonfio di sogni,
come vela d’altura.

Frammenti al crepuscolo.


Frammenti al crepuscolo.

Mimetizzando mille
sottaciute battaglie
senza uscita
sotto un sorriso gentile,
anime s’accarezzano
di sguardi trasparenti.
Non c’è più l’urgenza
d’un trasalire
d’eccessi di parole.
Come risacca a sera,
ammararsi, silenziosi,
nei porti occulti dei cuori:
in accoglimenti temporanei,
oltremodo soli,
oltrepassare il buio
in attesa della scialba luce
d’un’altra bianca alba.

Tracce di un sogno.


Tracce di un sogno.

Siamo vivi nel sogno,
la singolarità
che ha interrotto
il lungo continuo dei giorni.
Siamo l’esiguo numero
dei passi
che si incrociarono
nel refolo lieve
del nostro congiunto
respiro.

Battigia.


Battigia.

I miei pelagici ricordi
sciamano,
mollemente appesi
a una risacca oceanica.
Come malumori diffusi,
cui manchi la voglia
di dissimularsi
in stanchi e spenti sorrisi,
si insabbiano
in attesa di nuovi giorni.
Gabbiani frenetici
a becchettare l’orlo
di questo vuoto.

Colture in vitro.


Colture in vitro.

Fa del cervello di un giovane
un contenitore vuoto
senza segni culturali indentitari
e senza capacità critica.
Lasciaci alloggiare,
in misura variabile,
solo il consumismo,
la smania di emergere
e la sensazione di appartenere
ad una generazione perdente.
Chiunque potrà riempirlo,
a suo piacimento,
in poche settimane
di qualsiasi atrocità
e di qualsivoglia
follia ideologica.

Automi lobotomizzati eterodiretti.


Automi lobotomizzati eterodiretti.

Scene iterative,
del caos perfetto,
guidato dall’orrore
sciolto,
come veleno mortale,
nelle nostre ore
quotidiane.
L’ordalia del terrore
a fendere le nostre vite,
come fossimo zombie
in un gioco digitale,
osservando,
forma di voyerismo estremo,
la realtà e sé stessi,
attraverso la virtualità
di uno schermo.
La guerra è condotta,
per slogan e suggestioni,
attraverso le vie della comunicazione,
tra la propaganda di reclutamento
che sbriciola menti opache,
prive di spessore, di progetti e di cultura,
e il tam tam mediatico
che ci riduce
a passivi follower
di stracci di ideologie da supermarket contrapposte.
Parvenze di cause improbabili imbracciate assieme alle armi,
a gonfiare ego di profili confusi,
scatole vuote
che s’impadroniscono
delle vite altrui
per rubare quella personalità
che a loro manca.
Ferraglia dagli ingranaggi inceppati,
che si smuove solo oliata dall’odio
e figlia cretina
della social emulazione mediatica
che pensa di esistere
entrando col sangue
nella storia
– della cronaca –
per un minuto di celebrità.
Ma è solo un altro numero
della lunga lista.

Destini diversi


Destini diversi.

A noi che cademmo,
senza colpa,
il grigio dell’asfalto
non precluse
l’imperitura luce
delle stelle.
Fu allora che,
ai profanatori
del sorriso,
s’aperse, avida,
la voragine
di un infinito buio.

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Cecità.


Cecità.

Cerco il senso
del suono di un verso,
in questi tempi bui,
nelle ore scandite
dai quotidiani orrori.
Le parole hanno ancora
un potere pacificatorio
tra i pensieri violati
e le immagini
delle vite straziate?
In questo profondo buio,
tra le livide luci dei lampeggianti
e le urla di ordalie
assetate di sangue,
la volontà di morte
a farne un unico mostruoso
acefalo organismo,
riesci ancora a intravvedere
la lucentezza della vita,
la miracolosa unicità
di uno sguardo spento,
come una candela,
dal vento dell’odio?
Sono tempi bui,
le parole strozzate in gola,
come un urlo di vita
contro la religione della morte,
della sopraffazione.
Dove sono
le orme dei giusti
ad indicarci
una via d’uscita
al massacro dell’umanità?
In ogni tempo,
alcuni di essi
han saputo attraversare
il buio degli orrori
e degli stermini
e riaccendere la fiaccola
del diritto,
del rispetto dell’uomo.
Li cerco, quei giusti,
quelle guide di luce,
ma mi sento cieca
tra menti accecate e sorde
alla voce dei deboli.

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