Bambina con cappello.


Bambina con cappello.

Quella scia di sguardi
e di parole,
ormai perdute, distanti,
che mi trascina,
talvolta, vorticosamente,
non ha nome, non s’acquieta,
se non posandosi,
terribile,
in un male silenzioso,
sul cuore.

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Cecità.


Cecità.

Pascersi delle apparenze
è l’inganno mortale del mediocre.
Come, se quel fondale di cartapesta,
disegnato per ingannare gli altri,
non lo conducesse
a fingere, anche con se stesso,
d’aver davvero vissuto
la propria vita,
camminando bendati
sul precipizio
d’un tempo sprecato.

Destini.


Destini.

Quando l’incontrai,
udii le parole attese
da remoti sogni.
E mi sentii ripetere
cose che già conoscevo,
senza che prima
ne capissi il senso.
Era il tempo atteso,
era il destino
che m’aveva,
a lungo, aspettato
su quel varco
illuminato.

Squarcio di luce.


Squarcio di luce.

Quell’irrompere improvviso
d’un ricordo infantile,
come uno squarcio di luce
tra lo spesso fogliame,
oscuro, della maturità,
mi parla la lingua
dell’immutabilità
di una emozione.
È come tornare,
da molto lontano,
per ritrovare
gli stessi odori,
gli stessi colori,
le stesse voci,
fissate e immutate
nel tempo.