Emozioni visive: pittura, fotografia, scultura.


Nie Wiem

http://collettivoniewiem.blogspot.it/

Mi fa piacere segnalare le iniziative di questo collettivo di donne illustratrici (http://collettivoniewiem.blogspot.it/p/dieci-illustratrici.html)  ed artiste a 360° che nel loro blog hanno scelto per “motto” illuminante questa frase:

“L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante ‘non so’.”

Wisława Szymborska

    

 

Le artiste che compongono il collettivo :

          

Loredana Cangini

http://loredanacangini.blogspot.it/

Rossana Bossù

http://rossanabossu.blogspot.it/

Estella Guerrera

http://estellaguerrera.blogspot.it/

Alice Barberini

Alice Barberini

Rosaria Farina

http://rosariafarina.blogspot.it/

Serena Marangon

http://www.serenamarangon.it/

Roberta Milanesi

http://www.robertamilanesi.com/Roberta_Milanesi_Illustratrice/Home.html

Claudia Palmarucci

http://claudiapalmarucci.blogspot.it/

Laura Paoletti

http://www.laurapaoletti.com/

Cristina Sestilli

http://castellisinistri.blogspot.it/

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La poesia visiva di Franco Grobberio

Opere di Franco Grobberio il_mio_cuore_20121110_1985479870 opera_nuova_20110713_1677318951 la_foglia_rossa_acquerello_20110605_1300142460

Riporto in questo mio breve post un piccolissimo “assaggio” della qualità poetica dell’opera del pittore Franco Grobberio, di cui potrete trovare molto di più nel suo sito http://www.grobberio.it/default.htm

Franco Grobberio
Franco Grobberio

La sua anima ci racconta un viaggio di luce nell’interiorità, suggerisce sogni e visioni caratterizzati da un tocco delicato, intriso di una “nostalgia di un futuro” ancora tutta da scoprire in noi se solo fossimo capaci di fermarci e di spegnere il rumore di fondo che frastorna i nostri pensieri.

La sua pittura pare immersa in un ovattato spazio illimitato, oniricamente disegnato su un mondo a-dimesionale, senza confini né limiti materiali se non quelli prodotti dalla nostra stessa mente di osservatori.

Un’impronta surrealista ne profuma le tele e la grafica che non piegano il loro messaggio all’imperio della pur finissima tecnica creativa.

Le figure spesso vi paiono in un volo lieve, come vite sospese tra il buio inconosciuto e tenui frammenti di consapevolezza, quasi facendosi fuggitive ed impalpabili come puri pensieri.

I piccoli oggetti, i colori intensi che, di tanto in tanto, compaiono, sembrano apparire come ancore cui l’animo “spaurito da tanta infinità che lo sovrasta” pare aggrapparsi per timore della dissolvenza che tutti ci accomuna e che l’acquarello, così poeticamente, sa suggerire.

opere di Franco Grobberio

musica nell’aria di Livio Amato


suggestioni proposte da @flameonair

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19 maggio 2012

Il volo fragile del viaggio interiore – Duy Huynh

http://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=xfMqdftMCCw

Il volo fragile del viaggio interiore di Duy Huynh

C’è l’infinitezza dello spazio psichico e la fragilità dell’individuo, goccia isolata e silenziosa in un oceano troppo vasto di persone che lo sfiorano, s’intuiscono appena, spesso senza fermarsi in ascolto.

C’è un viaggio interiore ed immaginario che ciascuno affronta solo, con la paura di disgregarsi e disperdersi nel vuoto del non essere.

Lo stesso spaesato smarrimento che si coglie anche nelle coppie, sole nella densa vastità di luoghi senza confini ed orizzonti limitanti che, nel loro “comprenderle e racchiuderle”, come in un abbraccio affettivo, possano risultare per esse tranquillizzanti ed offrire un concreto sostegno.

Ci sono le ali dell’immaginazione a sostenerlo/li, le sole armi con cui l’anima può superare i limiti fisici del reale per estendersi nel possibile, verso infiniti ed ignoti orizzonti.

C’è quel disegnarsi nella dinamica interiore dello scoprirsi gradualmente fino a riconoscersi compiutamente per quello che è il linguaggio proprio ed esclusivo del proprio cuore.

Nella malinconia e nella leggerezza delle figure delle opere (acquerelli, acrilici, murales) del pittore vietnamita Duy Huynh, trapiantato in California, luogo che appare così distante dalla visione onirica, minimalista ed intimista delle sue creazioni, colgo una raffinata ed incantevole poesia, una raccolta di racconti di fiaba che ci parlano d’emozioni, in modo sommesso e gentile.

flameonair

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venerdì, 25 febbraio 2011

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Gustare “Il Musico”, per la prima volta dopo quasi 500 anni fruibile al di fuori della Pinacoteca Ambrosiana di Milano,  in una piccola installazione dedicatagli nell’immensa area dell’Esedra dei Musei Capitolini, a poca distanza dalla gigantesca statua equestre di Marco Aurelio, è stato delizioso ed emozionante. Personalmente non mi ero ancora mai accostata ad una tela di Leonardo, così vicina e, nell’occasione, ero assolutamente da sola nella sala deserta… Ritratto di musico
Questo piccolo olio su tela, opera giovanile e prima committenza milanese, è uno dei pochissimi ritratti giunti fino a noi di Leonardo e l’unico maschile.  Circa il personaggio storico ritratto le  ipotesi maggiormente accreditate sono quella dell’amico musicista  Atalante Migliorotti con cui Leonardo andò a Milano a cavallo della data di attribuzione del quadro (il 1485), o del più famoso musicista del tempo Josquin Desprez oppure ancora, in base allo spartito musicale su cui si legge la scritta “Cant… Ang…”, seguita da una partitura musicale, si ipotizza trattarsi di Francesco Gaffurio, maestro di cappella a Milano nonchè compositore di un “Cantum  Angelicum”.
Il dettaglio della mano con lo spartito (Jpeg)A  quell’epoca Milano e la corte di Ludovico il Moro era un raffinato centro di cultura umanistica e polo d’attrazione di scienziati, artisti e letterati, fulcro di innumerevoli confluenze artistiche europee: il quadro stesso risente degli influssi ritrattistici fiamminghi, in gran voga al tempo, ma anche della capacità introspettiva e psicologica della rivoluzionaria ritrattistica del maestro Antonello da Messina.

Nello scritto “Lo sguardo e la musica” di P.C.Maranzi abbiamo una lettura puntuale del quadro : “il Musico sembra, apparentemente, solo reggere un foglio di musica, ma questo semplice gesto si lega al suo moto interiore e al fatto che il personaggio non fissa chi guarda il quadro ma rivolge il suo volto e il suo sguardo altrove, come seguendo l’eco della sua voce o della musica” che si perde nello spazio circostante. Leonardo stesso, che aveva appreso, oltre alle nozioni di disegno e di pittura, anche quelle musicali  nella bottega del Verrocchio, giunge a teorizzare il ruolo della Musica nell’Arte nel suo “Trattato della Pittura”: “La musica è la figurazione delle cose invisibili…Ma la pittura eccelle e signoreggia la musica perchè essa non more immediate dopo la sua creazione”, destinandola, quindi, ad un ruolo di sorella minore della pittura. Il Maranzi scorge nel Musico  un’allegoria  del tempo che passa (la musica che svanisce) o della pittura stessa che rende eterna e conserva la bellezza della piena gioventù, destinata invece a sfiorire. Nel saggio “Scrivi che cosa è l’anima. Leonardo e Antonello a confronto” opera di Maria Teresa Fiorio, le influenze del pittore siciliano sulla ritrattistica leonardesca vengono analizzate con puntualità: “Antonello si era impegnato specialmente sul fronte della ritrattistica, mettendo a punto una formula che ritorna costantemente con minime varianti ma che, pur restando all’interno di una griglia prestabilita, offre una sorprendente varietà di caratteri, indagati con una rara capacità di penetrazione psicologica…Il mondo ritratto da Antonello non è quello dei potenti o dell’alta aristocrazia…e svincolati dagli schemi del ritratto ufficiale… Sono tutti rigorosamente campiti su un fondo scuro, impostati tre quarti e con il busto tagliato all’altezza delle spalle… Non ci sono elementi architettonici a dare ai personaggi una collocazione precisa…con l’espediente semplicissimo di un parapetto sinteticamente reso con due strisce di colore…una finestra albertiana ridotta all’essenziale, Antonello costruisce lo spazio in cui colloca la figura e crea un diaframma tra questa e lo spettatore… concede poco spazio all’abbigliamento… trascura ogni elemento a carattere narrativo e si concentra sul volto con un’intelligenza acutissima – unica tra gli artisti contemporanei – dell’interiorità dell’effigiato”. Protagonisti qui diventano gli sguardi, dall’ironico, al grave, all’ambiguo ed insinuante, allo sprezzante.
Analogamente il Ritratto di un musico  leonardesco si incentra sulla trasparenza e la luce dello sguardo del protagonista, sognante, perso in uno spazio concettuale e metafisico che ci parla più della sua interiorità, del suo precorrere e rincorrere armonie e note, e tralascia tutto il resto, ponenedolo in uno sfondo scuro e senza alcun suggerimento che lo localizzi in un dato ambiente e contesto, e tralasciando la cura dell’abbigliamento che è, invero, la parte meno curata dell’insieme tanto da far indovinare un possibile ritocco (non ad opera dello stesso Leonardo) successivo alla creazione del quadro. <!–

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Tamara de Lempicka a Roma

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La mostra“Tamara de Lempicka:

la Regina del Moderno” – aperta a Roma fino al 3 luglio presso il Complesso del Vittoriano – ci presenta quest’artista che del primo periodo del 1900 – anni dell’Art Déco – è stata una vera e propria icona mediatica, perfetta protagonista della moda del tempo ma anche illuminata, poliglotta e colta anticipatrice dei metodi e degli strumenti della comunicazione attuale.


Attraverso due filmati, in cui si muove sicura e protagonista come una come una delle dive hollywoodiane dalle quali prendeva molta ispirazione – Garbo e Dietrich tra tutte – 90 dipinti, 30 disegni ed oltre 50 foto d’epoca si delinea il complesso personaggio della Lempicka che della trasgressione, della spregiudicatezza, dello snobismo, del divismo, del cosmopolismo, dell’avanguardia, della liberazione scandalosa del costume sessuale, dell’emancipazione femminile fece i suoi cavalli di battaglia.

Tamara fu, prima che un’artista eccelsa e profondamente originale, una donna che seppe giungere al privilegio ed al lusso partendo dalla umilissima condizione di esule russo-polacca (rielaborando – nelle sue creazioni – anche queste sue radici tradizionali) a Parigi, con una volontà ferrea, una intransigente voglia di emergere e di apparire, stupendo per il gusto di non passare mai inosservata.

La cifra personale della sua arte è il risultato armonico, personale, equilibrato nato da una esplosiva miscela che si forma in una commistione di culture, di influssi artistici classici (ricerca della purezza delle linee, della stesura del colore, dei giochi volumetrici propri della scultura) e moderni (cubismo, futurismo, espressionismo, echi picassiani). Non ci fu campo “moderno” in cui non sperimentò ed espresse la sua personalità e creatività: lasciando tracce nel cinema, nella fotografia, nella grafica, nella moda.

Si rivelò musa e centro di polarizzazione dei personaggi dell’avanguardia artistica del suo tempo: restano tracce dei suoi rapporti con Prampolini, Marinetti, Picenardi, Dalì per non parlare della tempestosa vicenda di seduzione tentata da D’Annunzio, testimoniata dal fitto e romanzesco resoconto epistolare intessuto dai due e presentato in questa mostra.

Restano caratteristici dei suoi quadri il segno assolutamente individuale e riconoscibile, l’estrema eleganza della fattura e della scelta di cromatismi sofisticati in cui dominano i grigi (a richiamare una modernità fatta di vetri, grattacieli, acciaio, macchine) cui si affiancano rosa, verdi e blu (quel blu Benois – ricordo dei costumi dei balletti russi della sua infanzia – ribattezzato blu Lempicka) puri, satinati, elettrici ad enfatizzare quella smania di “modernolatria”, di “plastificazione sericea” dell’inquietudine morale e di ricerca della resa della “materialità” e della seduzione attraverso la carnalità dei volumi dei corpi.

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“Dante Gabriel Rossetti, Edward Burne-Jones e il mito dell’Italia nell’Inghilterra vittoriana”.

L’allestimento della mostra di Roma alla GNAM (Galleria d’Arte Moderna), che si concluderà il 12 giugno, ha presentato tutte le difficoltà aggiuntive connesse alla specificità delle tele dei Preraffaelliti d’essere, per la maggior parte, patrimonio di gallerie private.
Eppure non mi ha affatto deluso: le sale espositive emanano indubbio fascino ed eleganza sottilmente sovversiva e toccano, con le opere in mostra, l’intero ciclo dell’esperienza Preraffaellita, dai primi contatti con i Nazareni tedeschi fino al suo sfociare verso il simbolismo e l’estetismo.
Se nelle prime sale infatti troviamo i quadri dei grandi pittori italiani che sono stati la fonte d’ispirazione del gruppo, in particolare Giotto, Carpaccio, Botticelli, Sebastiano del Piombo, Palma il Vecchio, Tiziano, Veronese, Tintoretto, nelle ultime sale sono esposti i dipinti di Nino Costa, Giulio Aristide Sartorio, Adolfo De Carolis, Gaetano Previati, artisti italiani che si sono a loro volta ispirati ai Preraffaelliti d’oltremanica, emulandone lo stile, l’eleganza e la grazia, in uno di quei circoli virtuosi d’ispirazione che sono poi le correnti generatrici della Storia dell’Arte stessa.

Il cuore della mostra è tutto concentrato però nella fitta rete di sale centrali ricavate per far risaltare il segreto splendore della pittura preraffaellita: il suo tema fondante ed ossessivo del recupero di miti medievali e nordici e, soprattutto, del fascino disarmante e vittorioso della bellezza femminile, ben più temibile del drago sconfitto da San Giorgio (tema caro a Burne-Jones) cui l’uomo non può che soccombere.
E va sottolineato come nel caso dei Preraffaelliti – come ha detto una delle curatrici della mostra – “Il rapporto tra la pittura e le vite di questi artisti appare molto forte”, non restando un esercizio puramente intellettuale ma andando a costituire il ganglio da cui si dipanarono le loro scelte di vita.

Questa esposizione è ancor più incentrata sui quadri (soprattuto di Daniel Gabriel Rossetti e di Edward Burne-Jones) rispetto a quella che visitai a Ravenna dell’anno scorso su “I Preraffaelliti e il Sogno italiano” –

http://flameonair.splinder.com/post/22653978/ravenna-ed-il-sogno-italiano-dei-preraffaelliti-le-mie-emozioni

– in cui erano soprattutto presenti pregevolissimi disegni di John Ruskin – la mostra romana dà intensamente, oltre all’esemplicazione dell’amore per le città d’arte e gli ambienti d’Italia (paesaggi di Turner, ad esempio, e cromolitografie dei capolavori pittorici italiani) il senso della ricerca di quella purezza pittorica che teorizzava la necessità di un ritorno alla rilettura dei canoni antecendenti a Raffaello, in primis ai cosiddetti primitivi quali Giotto, il Perugino, il Beato Angelico, ai pittori veneti, a Tiziano e a temi religiosi e mitologici, di quella semplicità narrativa pittorica del Medioevo e del primo Rinascimento, e soprattutto il suo impercettibile aprire l’arte del suo tempo al futuro avvento del Simbolismo, così carico di messaggi, mistici, esoterici, subliminali perfino, al Romanticismo fino ad estendersi, per taluni temi, al Decadentismo e dell’Estetismo, con una strettissima correlazione tra arte pittorica e letteratura.

Animazione Flash

LINK di approfondimento:

http://roma.corriere.it/gallery/roma/02-2011/mito/1/mito-italia-inghilterra-vittoriana_8a532564-3f86-11e0-ad3f-823f69a8e285.shtml#1

http://youtu.be/UWzQX_9VlCk

William Morris

William Morris

Dante Gabriel Rossetti

Guardami in volto, il mio nome è,
[ Sarebbe-potuto-essere
e sono anche chiamato: Mai-più,
[Troppo-tardi, Addio.

(Dante Gabriel Rossetti)

Rossetti, assieme ad Hunt e a Millais, fu il fondatore della Confraternita dei Preraffaelliti, nel 1848, nata con l’intento di rivoluzionare l’arte del tempo aborrendo la Royal Academy, i principi borghesi, la modernizzazione industriale e a cui saranno legati anche Ruskin, Burne-Jones, Morris, Ford Madox Brown,Frederich Leighton, Waterhouse.

Rossetti, partendo da temi rigidamente danteschi , legati al dolcestinovo e religiosi, quale eredità degli interessi dei suoi genitori, seguirà un suo individuale ed autonomo percorso personale ed artistico, e l’innamoramento intellettuale per Blake e Edgar Allan Poe.
La sua vita, pur essendone i cardini dell’ispirazione artistica, dovrà fare i conti con la sua ipersensibilità morbosa portata per il soprannaturale e per l’indeterminatezza degli stati psichici ed umorali (divenuti psicotici e deliranti in seguito alla sua rovinosa dipendenza dal cloralio e dall’alcool) e affiancherà i suoi dipinti a sonetti da lui stesso composti che ne traducessero l’impatto visivo e il nucelo ideativo nel suono stesso delle parole, divenendo quasi un precursore dei concetti della multimedialità nell’arte.

Elizabeth (Lizzie) Siddhal

L’amore finito
Non piangere mai per un amore finito
poiché l’amore raramente è vero
ma cambia il suo aspetto dal blu al rosso,
dal rosso più brillante al blu,
e l’amore destinato ad una morte precoce
ed è così raramente vero.

Non mostrare il sorriso sul tuo grazioso viso
per vincere l’estremo sospiro.
Le più belle parole sulle più sincere labbra
scorrono e presto muoiono,
e tu resterai solo, mio caro,
quando i venti invernali si avvicineranno.

Tesoro, non piangere per ciò che non può essere,
per quello che Dio non ti ha dato.
Se il più puro sogno d’amore fosse vero
allora, amore, dovremmo essere in paradiso,
invece è solo la terra, mio caro,
dove il vero amore non ci è concesso.

Parallelamente a questa mutazione della linea artistica ed ispiratrice scorre la scelta della rappresentazione iconografica della donna nei suoi quadri e nella vita: dalla moglie Elizabeth Siddhal (Lizzie), anch’essa eccelsa poetessa e pittrice e modella di moltissimi quadri preraffaelliti – tra i quali il celeberrimo “Ofelia” di Millais, vissuta come simbolo di purezza al pari di una Beatrice dantesca e dai tratti diafani ed angelicati, si giunge alla bellezza femminile assai più sensuale e carnale, della sua modella Fanny Conforth.


Fanny Conforth

Proprio la relazione di questa con suo marito, assieme alla consapevolezza dell’attrazione profonda e segreta di Dante gabriel Rossetti per Jane Morris, che dà alla luce una figlia mentre lei partorisce un bimbo morto, sembra esser stata la causa del suicidio di Elizabeth con il laudano, tragica fine che segnerà per sempre con un senso di colpa spaventoso la mente già fragile di Gabriel.
Infine esplode nella sua vita e sfocia nel suoi quadri il suo amore complesso, morboso, totalizzante e doloroso per Jane Morris, moglie del suo amico pittore e “confratello” William Morris, nei confronti del quale nutre una profonda gelosia.

Anch’essa musa e modella per quasi tutti i pittori del gruppo preraffaellita, le sue fattezze sono riportate quasi in modo ossessivo, ostentandone la bellezza delle mani, la corposa consistenza delle labbra, l’enigmatica espressione dello sguardo, l’intensa languida sensualità, da femme fatale, che sembra effondere da ogni suo atteggiamento e dalla sua aria eternamente immersa nella malinconia.
La carica sensuale assunta dalle sue opere gli creerà forti dissensi da parte dei critici benpensanti dell’epoca vittoriana e anche tra alcuni dei preraffaelliti, ad esempio Hunt, fino a sfociare in una violenta disapprovazione sociale che giunge al culmine quando Rossetti, Jane e William Morris instaurano una specie di legame a trois nella dimora di Kelmscott Manor.


Jane Morris

Marco Alessandrini, nel suo saggio su Rossetti “Un’arte che fa risplendere l’abisso”, delinea alla perfezione l’alfabeto artistico e ispirativo rossettiano: “Le sue opere sono al tempo stesso trasparenti ed opache, semplici e sfuggenti…Ogni suo dipinto discende da un’attenta costruzione razionale, da una progettazione in cui, con minuziosità ossessiva, si intessono …simboli studiati…scenari…pose, gesti…che rinviano a temi letterari o mitologici, dalle saghe arturiane alle opere dantesche, dai miti classici…Tuttavia…su questo telaio di significati, che sembra non dare spazio a nulla di istintivo, s’insinua una sensualità carnale e appassionata, un’affettività dove più niente è riflessione, dove tutto è tormentata e irrisolta emozione. L’effetto è straniante. La fascinosa, ideale bellezza celebrata..sia essa diafana ed eterea…oppure sontuosa, come nel periodo successivo al 1860….lascia emergere, nelle costruite epifanie dell’Eterno e del Bello, un fondo da cui affiorano caducità, morte, angoscia… La sensuale carnalità delle donne rossettiane risulta inconsapevolmente abitata da una melanconica ombra: da una profondità oscura e informe, intensità desiderante e visionarietà ultraterrena… E’ questo doppio volto dell’estesismo rossettiano: il procedere parallelo, reciprocamente non dialogante, tra percezioni vissute come “sensazione”, e percezioni vissute come “sentimento”, in un antitesi e dilemma perturbante…in questa tensione che tocca un originale acme, generando un’arte assoltamente peculiare, estenuata ed estenuante… Ne discende un’interminabile sequenza di figure in cui armonia e difformità, luce e tenebra – o equilibrio apollinea e caos dionisiaco – coesistendo grazie al loro divaricarsi… Così come una totale luminosità evoca, in chi la veda e vi si immerga, un inspiegabile presentimento – e la necessità – dell’ombra… Rossetti erigeva (Jane Morris, allora sua amante) a “prigioniera” del marito, l’amico e collega William Morris, condannata ad anelare alla luce solo per i pochi istanti che lei trascorreva con Rossetti… In realtà è la sua stessancondizione interiore qui trasposta e proiettata in Jane..sempre inconsapevolmente, la sua raffigurazione di un’icona femminile che sfiora l’eterno per poi ricadere in una condizione disperante – sembra essere l’ennesima … proiezione della lacerazione che abita l’intera arte di Rossetti, e che verosibilmente abitava il suo animo, la sua mente. Egli non conosce alcuna regione dello spirito che non sia anche sensuale, o materiale e che l’amore umano, legato alla bellezza fisica, rappresenta la grande, innegabile realtà delle cose, effimera ed inebriante insieme (Walter Pater, suo amico).
Non è casuale che in un suo racconto giovanile – Hand and Soul – Rossetti descriva un immaginario pittore del primo Rinascimento il quale, ormai scettico di poter migliorare il mondo attraverso l’arte, ha una visione in cui la propria anima gli appare nelle vesti di una meravigliosa donna. Quest’ultima lo invita a ritrarre proprio lei, in un gioco di specchi nel quale l’artista – personificazione dello stesso Rossetti – sente di poter dare forma al proprio intimo raffigurandolo nella bellezza femminile…venendo a comporsi anche un’inscindibile controparte oscura, il ribollire di un’informe impermanenza…si comporrebbe la crudeltà di quel dolore di cui questa armonica bellezza compie la rimozione…E’ significativo quindi che nella serie di sonetti rossettiani “The house of Life”, il suo capolavoro letterario, l’amata diviene “il significato di ogni cosa esistente” evidenziando quanto l’artista ricerchi nell’amore e nell’amata, ma in realtà entro sè stesso, emozioni in grado di arginare una caotica instabilità, un’insoddisfazione oscura e opprimente. L’operazione stessa del dipingere sono un tentativo di creare iterativamente questa armonia, di eternalizzarla in quanto il tema del tempo, insieme a quello dell’Amore è il vero fulcro dell’estetica di questo artista.”

LE OPERE IN MOSTRA

Burne-Jones con William Morris, 1874

Edward Burne-Jones, l’altro pittore pre-raffaellita fulcro di questa mostra, pur partendo da comuni interessi artistici con Rossetti e da una sincera ammirazione per quest’ultimo, (tanto che le sue prime opere sono una rielaborazione di quelle rossettiane) man mano sceglie una sua propria via personale all’espressività romantica ed innovativa della corrente.
Le sue opere sono incentrate su temi assai meno sensuali, più mistici e più spirituali, spesso mitologici, creati con rigore cerebrale e teorico, e prediligono la scelta dei colori freddi, talvolta glaciali ed eterei, esprimendosi in un’amplissima gamma di verdi e di blu-azzurri, con una netta impostazione univoca del tono complessivo.
Partendo dai temi giovanili medievali e letterari, i soggetti saranno in seguito ispirati all’arte rinascimentale italiana del Ghirlandaio, del Botticelli e di Michelangelo.
Il suo percorso di vita lo condusse, invece, attraverso i suoi primari interessi teologici ad intraprendere, nella maturità, la carriera ecclesiastica e per tutta la vita affiancò, analogamente agli altri adepti della Confraternita, l’attività giornalistica e letteraria e i lunghi soggiorni nella sua amata Italia, a differenza di Rossetti che pur, figlio di un professore italiano (carbonaro e proprio per quello emigrato in Inghilterra per sfuggire al carcere) e cresciuto nel mito della cultura italiana, non mise mai fisicamente piede nella terra delle sue origini e dei suoi sogni.
Nelle tele di Burne-Jones c’è un trionfo immaginativo (quasi da fantasy contemporanea) e una notevole plasticità delle figure umane, che risultano immerse in un’atmosfera soffusa di sognante e sospesa magìa e una ricchezza di particolari decorativi e di virtuosismi esasperati che precorre il gusto estetico dell’Art Nouveau.

Burne-Jones Mosaici Chiesa San Paolo entro le mura (Roma)

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– continua dal post precedente……..   http://flameonair.splinder.com/post/24407597Urbino: la città ideale del Rinascimento ed i segreti della Flagellazione di Piero della Francesca – seconda parteDoppio ritratto dei duchi di Urbino
Un discorso a parte meritano le opere presenti nel Palazzo Ducale di Urbino create dal biturgense Piero della Francesca, che tanto ha soggiornato in questo palazzo lasciandovi un’impronta indelebile. Se i due celeberrimi ritratti di profilo dei signori Federico da Montefeltro (ripreso in tal guisa in quanto un incidente di giostra gli aveva deturpato l’occhio e la parte destra del viso)  e  di sua amata moglie Battista Sforza (morta a soli 27 anni di parto)  possono essere ora ammirati al Palazzo degli Uffizi, Sacra Conversazione
Sacra conversazione – Brera
e se la “Sacra conversazione con Madonna e i Santi e il duca in ginocchio”  è visibile alla Pinacoteca di Brera,
Madonna di Senigallia Madonna di Senigallia
restano integri e presenti, in quanto salvi dalle traversie e dalle cessioni avvenute nel periodo ultimo di gloria del maniero (quello dei Della Rovere), nell’appartamento del Duca, la tela della “Madonna di Senigallia”  ed il misterioso capolavoro della “Flagellazione di Cristo”, una tra le pochissime opere autografe dello stesso maestro. Con un rapido flashback devo ricordare qui le vicende storiche che consentono l’interpretazione del significato del quadro. Alla morte di Guidantonio di Montefeltro, capo accorto e già orientato alla valorizzazione dell’arte, salì il suo figlio legittimo, allora sedicenne, Oddantonio, subito insignito del titolo di duca dal pontefice del tempo grazie alla diplomazia con cui il padre aveva ricucito le ostilità da sempre esistenti con il papato. Poco dopo la solenne nomina di Oddantonio, questi prestò giuramento di fedeltà alla Santa Sede e al papa, fece ingresso trionfale ad Urbino e  si fidanzò con Isotta d’Este, sorella del marchese di Ferrara, creando, con questo legame con una casata potentissima, un ponte fondamentale e strategico  di continuità di comando nell’Italia centrale del tempo. Ma il suo astro appena esploso fu barbaramente e vigliaccamente cancellato da una congiura di sicari che, dicendo d’agire per riscattare il proprio onore ingiuriato  e vilipeso dalla condotta dissipata e immorale di Oddantonio e dei suoi consiglieri, li assalì penetrando di notte nella sua stanza del duca e facendo poi scempio del suo corpo, mutilandolo e straziandolo trascinandolo appeso a un cavallo lanciato in corsa per la città di Urbino. Tale congiura fu detta anche dei “Serafini” in quanto sarebbe stata capeggiata dal medico urbinate Serafino dei Serafini che voleva vendicarsi in quanto “offeso nell’onore” dal fatto che uno dei consiglieri di Oddantonio, ucciso con questi, gli avrebbe violentato la moglie.
Appena qualche chilometro fuori le mura era (casualmente) accampato il suo fratellastro Federico, figlio naturale di Guidantonio, che entrò in città per ristabilire l’ordine (e, appena possibile, procedere ad amnistiare i sicari colpevoli dell’assassinio di Oddantonio) avallando, al contempo, le dicerie sulla scelleratezza del fratellastro e sulla pericolosità  – per l’indipendenza di Urbino – che sarebbe derivata dalla scelta del duca assassinato di avvalersi di consiglieri vicini a Sigismondo Malatesta, signore di Rimini e nemico giurato di Federico.
Sono moltissime le interpretazioni che, nel corso della storia, si sono affermate e combattute circa questo quadro di Piero, assai enigmatico per composizione e per gli arcani e segreti messaggi simbolici in esso inseriti, ben più veri di tante fantasie di scrittori di successo basate su dipinti famosi (tipo il Codice da Vinci). L’arte di Piero è, anche qui, come sempre, caratterizzata da un profondo senso spaziale e architetturale e di luce rarefatta e metafisica la cui composizione di basa sull’armonia prospettica e matematica dell’insieme. In questa tela la struttura in sè è particolarissima ed assolutamente originale: essa si compone di due scene gemelle e parallele pur se distanti secoli nella narrazione storica cui si riferiscono, ed il tema della diversa età storica cui sono connesse è suggerita dalla posizione prospettica relativa(primo e secondo piano). Come in una specie di portale spazio-temporale, le due scene colloquiano e si intersecano l’una nell’altra. A sinistra viene rappresentata la flagellazione di Cristo alla presenza di un turco di spalle e di un Ponzio Pilato impassibile e asetticamente “distante” (come ne fosse un semplice spettatore) dalla drammatica fissità dell’evento. A tale scena fa da contraltare quella a destra, colta come in un flash fotografico, in cui tre personaggi, in vesti contemporanee alla creazione dell’opera (1444-1478 circa) ed in un’ambientazione rinascimentale, sono coinvolti in una conversazione segreta e, quasi, “sospesa”. Tra le varie interpretazioni che si sono succedute ed anche aspramente scontrate, oltre a quelle di una rappresentazione che appelli all’unione dei cristiani nella lotta delle crociate contro i turchi, ha un risalto particolare ed intrigante, ad esempio, quella di Roeck nel suo libro “Piero della Francesca e l’assassino” (IBS). Piero della Francesca e l'assassino.
Il messaggio dell’opera sarebbe in realtà un’ammissione di colpa, una confessione ed espiazione pubblica e privata dello stesso Federico che la commissionò a Piero e scelse poi di porla proprio nella sua stanza. Sarebbe il racconto simbolico della congiura e dell’omicidio politico del suo fratellastro alla base della presa del potere ad Urbino di Federico.
Mentre ci sono varie ipotesi sull’identificazione dei due personaggi in primo piano (quelli a destra del quadro) laterali  (quello a sinistra, per alcuni sarebbe persino la rievocazione in panni rinascimentali di Giuda iscariota – ad evocare il tema del tradimento – o un ambasciatore o un consigliere, mentre sarebbe lo stesso padre di Oddantonio o il duca Federico stesso – il personaggio a destra) circa il personaggio centrale, anche e soprattutto in base  a documenti indiziari derivati da una collezione di miniature di ritratti della famiglia dei Montefeltro, sembra difficile non riconoscervi, con ogni probabilità, il ritratto del giovanissimo e bellissimo Oddantonio di Montefeltro, il Duca di Urbino legittimamente scelto da suo padre. La sua folta capigliatura riccia e bionda, i piedi scalzi (allegoria simbolica per ricordare anche i piedi nudi dei morti, la penitenza e, al tempo stesso, la santità) che riproporrebbero lo stato in cui sarebbe sorpreso dai sicari nel suo letto, così come la stessa veste rosso cupo rappresentazione del martirio e, pure, della camicia da notte con cui sarebbe stato colto, nel sonno, il giovane duca.Ancora un altro elemento inquietante e rivelatore dell’accusa contenuta nel dipinto  di Piero della Francesca nei confronti di Federico da Montefeltro potrebbe riscontrarsi nel riferimento al testo fondamentale del tempo (e pienamente riprodotto nell’  affresco della chiesa di San Francesco ad Arezzo, quella “Leggenda della Vera Croce ” che è il capolavoro assoluto dello stesso Piero) della Legenda aurea  del 1270 di Jacopo da Varagine che aveva la popolarità di un best seller odierno ai tempi coevi a Federico e  Piero. Proprio in tale testo c’è descritto l’atteggiamento di un Ponzio Pilato,  impassibile durante la flagellazione di Gesù e, al tempo stesso, il parallelismo tra le vicende familiari e di conquista del potere dello stesso governatore romano, che sarebbe stato anch’egli figlio illegittimo, nato dall’unione di un re (che aveva avuto un altro figlio, legittimo e migliore in tutto e per tutto rispetto a Pilato)  e di una ragazza della popolo. Proprio Pilato avrebbe ceduto all’invidia, all’odio e alla sete di potere al punto di  uccidere il fratellastro. Il parallelismo della presa del potere in questa leggenda tra lui e Federico, a distanza di secoli, sarebbe un’implacabile denuncia pubblica, celata nell’opera d’arte. E’ chiaro inoltre come, vista la popolarità della Leggenda aurea,  qualunque osservatore del tempo in cui fu realizzata l’opera fosse in grado di collegare le simbologie ed i messaggi in essa alchemicamente e subliminalmente contenuti.Anche attraverso il sapiente uso diverso della luce nelle due “scenografie”, giacchè quasi di una rappresentazione teatrale e tragica si tratta, del dipinto,  Piero della Francesca colloca le due aree narrative in due tempi diversi e distanti: quella della flagellazione di Cristo, lontana nel tempo, riceve luce dall’alto (luce spirituale che eternizza l’evento) e da destra, l’altra, invece, contemporanea ai protagonisti del tempo proviene dalla sua sinistra, ed illumina una vicenda ben più terrena. Persino le pose delle figure dipinte, poi, presentano simmetrie formali: la posizione delle gambe del Cristo flagellato simile a quella del probabile Oddantonio, l’uomo di schiena col turbante invece, ha analogie posturali e del gesto con la prima figura alla sinistra del terzetto in primo piano.  Ed ancora le distanze simmetriche e prospettiche delle figure di Cristo e di Oddantonio sono analoghe rispetto alla colonna centrale che pone il confine ideale tra le due vicende ed i due tempi storicamente rievocati nella tela: e questi elementi, in un profondo conoscitore delle leggi matematiche della composizione artistica e della prospettiva quale era Piero della Francesca, non posso essere sicuramente considerate casuali.<!—->

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E’ un luogo, un punto tempo-spaziale magico ove lasciar spaziare in mille rivoli  la mente Palazzo Strozzi a Firenze, in questi giorni.

Si comincia dal cortile ove è collocata una struttura cubica ricoperta esternamente di opache lastre in acciaio e all’interno rivestita completamente di specchi, il Metrocubo specchiante di Michelangelo Pistoletto, un’installazione d’arte moderna che è possibile vivere visivamente immergendovisi, ammirandone le suggestioni emotive, passo dopo passo, nel suo interno, ove la spazialità finita si moltiplica all’infinito e che si basa sul concetto che il vero messaggio dell’artista è quello veicolato dagli occhi di chi assiste all’opera d’arte, in questo caso del visitatore che “vive” l’opera stessa attraverso le sensazioni individuali che in lui genera. I punti di vista che cangiano nel muoversi all’interno della strutttua, le mille diverse sfaccettature in cui ci si specchia nel muoversi sono una metafora dell’impossibilità di cogliere un’unica assoluta verità, dell’impossibilità di trovare concetti e principi eterni ed immutabili, della frammentazione  dell’individuo stesso.

 Ritratti del Potere 

In una delle sale del cortile c’è la sapida bellezza della mostra fotografica di Pino Moscato che ho in parte “rubato” acquistandone il catalogo della casa editrice La Mandragora.

Il titolo stesso della mostra: “ Firenze un viaggio nella bellezza” ne traduce il senso, un’appagamento visivo che ci restiuisce questa città, di per sè magnifica, con occhi di fiaba. La tecnica spesso utilizzata è quella dell’HDR.

 

     Carrozze a piazza duomo –

© Copyright 2009 Pino Moscato

 I proventi della vendita delle fotografie esposte o scelte a catalogo disponibile in sede saranno devoluti alla “fondation Jerome LeJeune”: fondazione riconosciuta di pubblica utilità per il superamento delle malattie genetiche dell’intelligenza (www.fondationlejeune.org)

                                      Via dei Calzaiuoli – © Copyright 2009 Pino Moscato

 

Altre suggestioni e riflessioni originano salendo al piano superiore, qui…

Artisti: Tina Barney, Christoph Brech, Bureau d’études, Fabio Cifariello Ciardi, Clegg & Guttmann, Nick Danziger, Rineke Dijkstra, Jim Dow, Francesco Jodice, Annie Leibovitz, Helmut Newton, Trevor Paglen, Martin Parr, Wang Qingsong, Daniela Rossell, Jules Spinatsch, Hiroshi Sugimoto, The Yes Men

www.strozzina.org/ritrattidelpotere/

 

Il potere ed i potenti del mondo ci si presentano attraverso l’obiettivo di grandi artisti contemporanei: il fascino ambiguo del potere e dell’autorità traspare dagli atteggiamenti, dall’ambiente che è scelto come fondale dei ritratti, dal carisma personale emanato da alcuni di loro, dallo sfoggio di simboli di classe.

 

 Ed infine ecco il motivo vero della mia visita…la mostra del Bronzino:

 

 

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Bronzino - testa di donna sorridente di tre quarti

La mostra “Bronzino, artista e poeta” sarà visitabile fino al 23 gennaio 2011.

Agnolo di Cosimo Tori (1503-1572), detto appunto il Bronzino, è stato il pittore di corte dei Medici ed uno dei più importanti pittori del Cinquecento: le sue splendide opere hanno l’unico demerito di essere state contemporanee di altri artisti coevi più famosi.

Considerato facente parte della corrente del “Manierismo”, talvolta con un pizzico di sufficienza riguardo al termine, viene in questa occasione presentato con una serie meravigliosa di sue opere (alcune provenienti da Londra, New York, Vienna, Parigi, tutte restaurate, e restituite alla loro splendida luminosità e tridimensionalità della resa di questo magico pittore, finalmente e per la prima volta in una mostra monografica.

I diversi capitoli che si dipanano nelle sale ci fanno seguire passo passo la sua vita artistica, dai suoi primi passi quali discepolo prediletto del Pontormo, alla sua ascesa quale conclamato pittore della famiglia De’ Medici, che raggiunge vertici di virtuosismo nella ritrattistica e di poesia eccezionali, alla sua vitale presenza nell’intellighenzia dei più importanti artisti del suo tempo. Basti pensare, in proposito, alla sua opera doppia davanti e retro  “Il nano Morgante” in cui si cimenta per dimostrare la supremazia dell’arte della pittura rispetto a quella della scultura: nel davanti della tela c’è, infatti,  il nano Morgante in vesti di satiro che si accinge ad iniziare la caccia, nel retro lo stesso personaggio alla fine della caccia con il suo carico di cacciagione, consentendo allo spettatore di assistere ad un racconto temporale e spaziale, concetto modernissimo che anticipa di secoli le moderne installazioni d’arte moderna, in cui l’osservatore è diretto attore della fruizione dell’opera d’arte.

I ritratti poi, pur dovendo soddisfare delle committenze e quindi soddisfare determinati canoni, sono opere d’arte assolutamente eccezionali, l’anima del soggetto vi si disvela attraverso un lampo negli occhi, un’alterigia mal dissimulata, una profondità da leggere attraverso minimi dettagli; la tridimensionalità tale della pittura del Bronzino che sembra quasi consentire ai personaggi ritratti di abbandonare la tela per venirci incontro, la perfezione divina nel rendere una stoffa, l’ombra della piegatura d’un velo, il brillìo d’uno sguardo, l’accenno d’un sorriso, un moto trattenuto.

Molte delle sue opere, soprattutto le allegorie a tema mitologico e le tele a carattere sacro, in epoca di controriforma, furono tacciate di eccessiva carnalità e subito attacchi immeritati. Persino alcune sue amicizie e lui stesso furono messi sotto accusa da parte della Santa Inquisizione in quanto tacciate di  essere filo-luterane e costrette a “revisioni” prudenziali e anche visivamente “meno sentite”.

Da notare anche l’assai diverso atteggiamento che il Bronzino ha nel suo poetare, più  votato al verismo e allo stile burlesco nei sonetti, tanto distante da quel lirismo formale e dall’eleganza rarefatta dei ritratti e dei suoi  sfondi blu-turchini che esaltano alla perfezione volti ed abiti sontuosi e nobili.

 

 

 

Una chicca in tanto splendore è quella che riserva la tela in cui, come era d’uso a quel tempo, lo stesso pittore si è ritratto assieme al suo maestro Pontormo e al suo allievo Allori nel quadro del Martirio di San Lorenzo. Qui il particolare dei loro tre visi…    
Orari: tutti i giorni 9,00-20,00, Giovedì 9,00-23,00

Apertura prolungata della mostra nell’ultimo weekend

VENERDì 21 GENNAIO 9.00-23.00

SABATO 22 GENNAIO 9.00-23.00

DOMENICA 23 GENNAIO 9.00-23.00

http://www.palazzostrozzi.org/RicercaView.jsp


Potete trovare ogni ulteriore approfondimento ed indicazioni qui

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