Libri che leggo


Betty di Roberto Cotroneo

BettyCopertina

La voce inesprimibile del dolore. L’ala oscura della follia, il nostro sinistro doppio che talvolta intuiamo nello specchio. Un male interiore smisurato come il mare, che non smette di infrangersi contro l’anima, imprigionata da parole che simulano la vita. Una storia che si dirama, come la foce stagnante di un fiume che trascini con sé i detriti a stento soffocanti di una vita.

  • Almeno un grammo di salvezza di Nicola VaccaPlaquette, Ed. Il Foglio (2011) con prefazione di Giulio Maffii – 100 pag – 6 euroMastichiamo Apocalisse
    non mangiamo
    altro che distruzione …
    … Stanchi
    di vedere la luce del buio
    precipitiamo senza difese.”Una luce che si fa più acuta, più vibrante da quel profondo buio, che a volte, la vita ci riserva: da questo pittorico contrasto caravaggesco parto per presentarvi ”Almeno un grammo di salvezza”, raccolta di poesie dello scrittore, critico letterario, opinionista Nicola Vacca.“Con le unghie.Deve esserci un’uscita
    L’oscurità non può sempre vincere.
    Deve esserci una piccola verità
    in questo deserto di luoghi fermi.
    E’ vera la luce che addenta le ombre
    n ella notte delle cose.
    Lottiamo per la vita
    in questo vuoto che fa tremare tutto.
    Scaviamo nel sottosuolo
    con le unghie di chi non vuole arrendersi.
    Torniamo a incendiare i cuori.”

    Un libro di poesie che nascono come stille resinose dalle ferite inferte alla corteccia d’un albero della vita: il dolore stesso le purifica di ogni orpello possibile, rende l’espressione poetica di Nicola ancora più essenziale di quanto già non sia sua splendida peculiarità e vanto.

    “… Si scava la verità
    con la lingua della mitezza …
    … Nel legno storto delle cose
    Dovremmo essere la semplicità
    Che manifesta la fatica paziente dello spirito.”

    Eppure la sintesi non preclude la vertigine della profondità che si coglie in scarne e musicali parole: di esse qui si celebra, senza sontuosità, il potere salvifico, pur se la tentazione di lasciarsi andare ed il dubbio fan tremare le labbra del poeta.

    “La parola è stanca
    spenta è la carta
    su ci si adagia
    muto alfabeto”.

    Nei versi stessi è l’epifanico riscatto dell’anima dalla piaghe della disillusione e dal disgusto, una meta ardua ma che essi rendono ancora possibile.

    “E’ il nostro compito
    portare le amarezze …
    Il sapore crudele dei giorni
    Lo dicono le cose …”

    E’ un bisogno primario quello di riscoprire il cibo e l’acqua che nutrano e dissetino l’anima, le fonti profonde a cui attingere possono essere le più svariate: qui, in gran parte, il germe dell’ispirazione riflessiva e poetica si sviluppa dai testi sacri, dai salmi, dalla Bibbia, che divengono una chiave di volta nell’interpretazione del destino e delle avversità, di quell’ombra lunga che l’oscurità allunga sulla fragile felicità dei nostri giorni, e trova terreno fertile e accudimento nella sensibilità dell’autore.

    Egli stesso si identifica nell’umanità dolente: il suo sentirsi naufrago alla deriva nell’oceano in burrasca dei propri sogni e dei propri progetti di vita,

    “Né terre né mari
    per la nostra zattera”

    non lo reclude in un delirio di solipsismo tormentato, né deprime la voglia di testimoniare a chi può trovarsi in un’analoga situazione che si può rinascere partendo da sé stessi e, ad un tempo, traduce la parola poetica in una simbolica mano che si sporge da una balaustra d’anima a risollevare anche chi crede di star perdendo ormai la forza della speranza.

    “Si scava la verità
    con la lingua della mitezza”

    e, ancora:

    “Non è mai troppo tardi
    per asciugare il dolore dell’altro.”

    Le sue personali vicissitudini divengono solo l’eco di un più universale male di vivere e la leva per una ribellione interiore contro la rinuncia a chiedere altro rispetto a un assimilarsi gregario alla spicciola volgarità ed aridità dell’oggi. Il suo è uno sguardo che tende ad un limitare arduo ed impegnativo, oltre il mero quotidiano calcolo e l’inessenziale, recinti entro i quali disperdiamo le nostre vere, interiori ricchezze.

    “ La nostra comunione.

    Il cuore è sordo alla grazia.
    Il seme della bellezza
    cerca una terra da fecondare.
    Su ogni uomo pesa la tribolazione
    nell’inferno delle cose.
    La nostra comunione
    è il germoglio della salvezza
    dal fuoco che distrugge anima e corpo.”

    La semenza nata dalle lacrime dà frutti di consapevolezza che dissetano nel deserto e guidano gli occhi a non perdersi negli infiniti miraggi di questa nostra avida contemporaneità, avvinta e fascinata dall’apparenza e dal male, questo quindi sembra il messaggio illuminante, scaturito dalla sua personale e buia “esperienza degli affanni”, che Nicola Vacca, con essenziale drammaticità sembra volerci suggerire, cantandolo nei suoi versi.

    Vi segnalo dello stesso autore (che si è da poco trasferito nel blog http://nel-verso.blogspot.com/) :

    Nel bene e nel male (Schena 1994)
    Frutto della passione (Manni, 2000)
    La grazia di un pensiero ( pref. di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002)
    Serena musica segreta (Manni, 2003)
    Civiltà delle anime (Book ediz., 2004)
    Incursioni nell’apparenza (pref. di Sergio Zavoli, Manni, 2006)
    Ti ho dato tutte le stagioni (pref. di Antonio Debenedetti, Manni, 2007)
    Frecce e pugnali (pref. di Giordano Bruno Gerri, Ediz. Il Foglio, 2008)
    Esperienza degli affanni (Ediz. Il Foglio, 2009)
    “A destra per caso” assieme a Carlo Gambescia (Ediz Il Foglio, 2010)
    Serena felicità nell’istante (pref. di Paolo Ruffilli, Ediz. Il Foglio, 2010)

  • Uno sguardo di luce – Per sempre di Susanna Tamaro All’incontro- presentazione di ieri pomeriggio, in cui Susanna Tamaro ci avrebbe parlato del suo ultimo libro – Per sempre, Giunti Editore – sono giunta, lo ammetto, con una grande curiosità mista al timore di provare una qualche delusione, perché questo è un libro che mi ha profondamente emozionato.
    E’ uno di quei libri che non ho letto ma ho vissuto. Lo testimoniano i miei appunti a matita sulle pagine che più mi hanno colpito, i segnalibri sparsi qui e lì, le pagine lette e rilette che s’aprono da sole a prendere in mano il libro. Questa è la magìa prerogativa del libro scrittto, quel profumo e quel gusto tattile oltre che visivo che trovi nelle pagine da sfogliare nel tempo dell’e-book e dell’editoria elettronica.
    E’ un libro, questo “Per sempre”, che non si può chiudere senza porsi domande, senza riguardare indietro la propria vita, senza fare progetti sulle piccole cose che dovranno avere un senso diverso nel nostro domani affinchè la magìa non si sciupi, non si sfaldi nelle acque morte di cui è spesso fatta la nostra vita quotidiana.
    Dicevo dei miei timori, tutti scomparsi nel sorriso incantevole e nello sguardo chiaro della Tamaro, nel suo essere all’attento servizio dei suoi interlocutori, nella sua modestia e nel suo cercare la sintonia con l’auditorio. Durante la serata sono lette alcune pagine dei suoi libri precedenti – e prezioso ed originale – per i nostri tempi incentrati sulla fretta e dimentichi della tradizione del tramandarsi oralmente la conoscenza – in tal senso è stato il contributo delle Donne di carta associazione di donne-libro nel senso che ciascuna di loro si impegna ad imparare a memoria e testimoniare, recitandolo, uno dei capolavori della letteratura italiana e la pagina della “lettera del padre” che è uno dei picchi più elevati di “Per sempre” e, a parer mio, della letteratura italiana: lo sguardo mobile e profondo di Susanna vive, attento, appeso al pronuciarsi delle sue parole scritte, come un’epifanìa che si rinnova in quell’istante, quello sguardo che, a volte si fa apprensivo come quello di una madre che segua i primi passi nel mondo di una sua creatura in carne ed ossa.
    Le pagine di “Per sempre” sono piene delle profonde riflessioni e delle domande esistenziali della stessa scrittrice – pur se per profferirli sceglie stavolta la voce principalmente di uomini, il protagonista e di suo padre, in particolare – e che, negli anni che intercorrono dal suo successo mondiale “Va dove ti porta il cuore”, hanno condotto i pensieri e l’anima della Tamaro a fare le sue scelte di vita, ed anche di queste ci ha parlato in questa occasione, sottolineando la sua decisione di “abitare il silenzio”.“Perchè viviamo?” – “ Di quanto dolore sono fatte le nostre vite? Di quanto dolore evitabile? A volte penso che al momento della nostra morte non vedremo scorrere tutta la vita, come dicono, ma soltanto una piccola parte – i gesti d’amore mancati, la carezza non fatta, la comprensione non data… e tutto ciò che abbiamo mancato – per superficialità, per egoismo, per fretta – comincia a pesare sul nostro cuore, ma il tempo ormai è andato e non torna più indietro” . “Nel suo muoversi non contempla mai il rischio…Quello di stupirsi” – “Allora con calma le ho raccontato dei giardini zen che avevo visto in Giappone, di tutti quei sassi ordinatamente disposti sulla ghiaia del fatto che, tra tutti i sassi, ce ne fosse sempre uno che rimaneva invisibile da qualsiasi punto si guardasse. Quel sasso – presente e tuttavia invisibile – è la parte che in ogni vita rimane oscura…Il mistero della nascita. Il mistero della morte. Il mistero del male che devasta il tempo compreso tra questi due eventi”.
    “Con gli anni mi sono reso conto che l’eterno irrompe, a tratti,nel tempo. Irrompe senza teorie, senza piani… Irrompe e mostra il fuoco nascosto nelle cose. Quel fuoco è la causa della nostra gioia…In tutto ciò che esiste intorno a noi…permane una scintilla della luce originaria. Vivere alla fine non è altro che questo – vederla e fare il possibile perché non si spenga”.La nostra salvezza individuale e collettiva è nel saper cogliere e difendere la bellezza nascosta della vita e del mondo (e lì l’accenno al piantare fiori nell’orto, come il protagonista nella storia di carta così lei stessa nella sua vita reale) , nell’abbracciare il silenzio della riflessione, nell’accoglienza e nell’ascolto dell’altro, nel restare aperti all’altro nonostante le delusioni ed il dolore, nel contatto con la natura che ci ricolloca nel nostro giusto posto nell’universo, nel fare della nobiltà dell’animo uno scudo contro il male, quello subito in prima persona e quello che colpisce chi ci è accanto.
    L’ultima incantevole sorpresa è stata l’attenzione con cui, nonostante il gran numero di persone in fila, al momento lasciarmi il suo autografo sulle prime pagine del libro la Tamaro si è accorta del mio “averlo intensamente vissuto”: con il suo sguardo limpido mi ha detto” Ah, ma lei l’ha già letto! E vedo che ha appuntato i passi più importanti, il numero delle pagine su cui ritornare… Proprio per questo le chiedo, allora, se si sentiva, tra le pagine di questo mio libro, l’emozione che mi ha travolto nel crearlo, l’irruzione che i personaggi hanno letteralmente fatto nella mia vita.”
    Questa trepidazione, questa sincera sensibilità verso il suo “parto” creativo è la più bella testimonianza di quanto un libro, ancor oggi e nonostante il successo che già le ha arriso, sia per la Tamaro davvero una creatura che nasce dentro la sua carne, che cresce assieme alla sua vita e dalla quale lei stessa fa fatica a staccarsi, come accade con un figlio: quella poesia che ho raccolto tra le sue pagine, vi assicuro, le illumina anche lo sguardo.
    A queste emozioni vere vissute in prima persona, sommatesi a quelle provate nel leggere il libro, vi aggiungo la segnalazione (che incollo più sotto nel post) di una bella recensione critica su di esso fatta dall’amico blogger Nicola Vacca sul giornale online Lankelot Animazione Flash

    http://www.lankelot.eu/letteratura/tamaro-susanna-sempre.html

    Recensione di Nicola Vacca su Lankelot

    Per sempre di Susanna Tamaro

    Matteo era un medico stimato, conduceva una vita normale accanto a Nora, la donna che amava. Tutto sembrava andare per il meglio, fino a quando il dolore entra di prepotenza nella tranquilla vita familiare, come sempre senza bussare. Tutto non sarà come prima: Nora perde la vita in un incidente stradale. Matteo viene completamente travolto dalla tragedia. In un primo momento non riesce a dare un significato alla perdita che ha reciso i fili della sua identità. Matteo non è capace di attraversare il dolore che si è abbattuto su di sé. Non è facile capire tutto il vuoto che il dolore ha procurato entrando nella sua vita.

    In seguito alla morte della moglie, conosce la deriva e l’abisso. Si rifugia nella bottiglia e nell’ambiguità per evitare di porsi le domande fondamentali sul mistero della morte, del male che “invade con la sua oscurità ogni angolo della creazione”. Susanna Tamaro ci regala “Per sempre”, un romanzo straordinario dalla notevole trama meditativa. Il libro racconta di un uomo che si perde nel dolore per ritrovarsi nella dimensione interiore del silenzio.
    Prima di arrivare a comprendere che la rabbia può essere sostituita dal sentimento della gratitudine, Matteo sperimenta tutte le fasi del nichilismo nell’impossibilità di comprendere che dietro la perdita improvvisa delle persona che ami di più al mondo ci può essere un senso che può essere capito soltanto se abbiamo la capacità di interiorizzare per riuscire a vedere la filigrana, ciò che è nascosta nella parte più segreta dei giorni.
    Al dolore bisogna dare un senso quando la sua rabbia violenta estirpa dalla nostra esistenza l’affetto di una persona cara.
    Matteo, prima di raggiungere questa consapevolezza spirituale dissipa i suoi giorni, riempie di vuoto e di dolore la sua vita, privata del suo stesso significato dalla tragica scomparsa di Nora, il suo grande amore che lo invitava sempre a dialogare con l’eterno. Susanna Tamaro con profondità psicologica attraversa l’inferno di Matteo, lo segue fino allo sconforto assoluto.
    Con il suo grande dolore nell’anima, Matteo decide di trovare una risposta. Si stacca definitivamente dalle cose del mondo e si immerge nella natura. Qui sceglie di vivere il proprio silenzio interiore. In questa assoluta calma di pensieri, il suo cuore riuscirà a dare un senso al dolore, un significato alla perdita di sua moglie . “Senza solitudine non c’è possibilità di comprendere il senso del tempo. E se non si comprende il senso del tempo, non si può capire il senso dell’uomo”. Così la Tamaro descrive la risalita del protagonista dall’abisso alla luce.
    Matteo scopre che nel silenzio il dolore diventa il desiderio di incontrare l’altro. Si rende anche conto che nella vita interiore si procede sempre con la morte a fianco, la morte della persona che amiamo e la morte di quella parte di noi ch dobbiamo uccidere per andare avanti. Proprio in questo momento egli ha cominciato a sentire vivere nuovamente dentro di sé la sua amata Nora. Si deve attraversare l’inferno per capire che l’eterno è il fuoco nascosto delle cose.
    Matteo nel silenzio interiore del suo eremo ha finalmente compreso che quando si è travolti dal dolore c’è una risposta di senso che attende di essere rivelata. Questa è l’unica strada per colmare gli spazi vuoti che il male lascia. È anche l’unico modo per non permettergli di vincere una seconda volta. “Quello che c’è fuori non è altro che lo specchio di quello che abbiamo dentro. Se trattiamo la nostra interiorità come una discarica, non possiamo immaginare che il mondo intorno, magicamente, si trasformi in un giardino”.
    Che cos’è il male? Ha un volto? Un nome? Un voce? Queste sono le domande che Susanna Tamaro si pone quando nel suo libro racconta l’esperienza di Matteo, la sua sofferenza, la sua rinascita interiore.
    L’inferno del dolore bisogna attraversarlo, avendo il coraggio di sostituire la rabbia con l’amore e il sentimento della gratitudine. Altrimenti il nichilismo sarà sempre quella parte invisibile di noi stessi che annienterà tutto per sempre.
    Questo libro è dedicato appunto a coloro che non riescono a dare un senso al dolore che li travolge e finiscono inevitabilmente per distruggere tutto ciò che amano.
  • Storie della Foresta Incantata – autrice Annalisa FracassoAnimazione FlashProprio il book trailer, creato dalla stessa autrice del libro “Storie della foresta incantata”, l’amica scrittice Annalisa Fracasso, mi sembra il miglio modo per presentarvi, senza preamboli inutili, questa fiaba, edita da Albatros, che ho letto assieme a mio figlio con immenso piacere.
    Ci è rimasto addosso, infatti, quel profumo di bosco e di magìa che si respira nelle incantate ed incantevoli storie, illustrate dall’altro caro amico il Maestro Fiore Cagnetti
    Mondi paralleli di fate, elfi, animali e folletti, di incantesimi funesti e di contro-incantesimi fatati fanno da contraltare alle storie minimali degli abitanti di un villaggio al “tempo del non ricordo”.
    In entrambe le sponde del racconto ci si illumina il cuore di dolcezza, del sacro vincolo dell’amicizia, dell’aiutarsi senza altro fine che non sia la gioia che si prova nel farlo. I fruscii del bosco, il canto timido del pettirosso, lo squittìo frenetico di una scoiattolina e le immagini dei raggi di sole che trapassano la coltre scura della foresta sono l’ambientazione, la musica, la scena delle vicende di esserini così piccoli di fronte alla dura lotta per sopravvivere nella giostra delle stagioni, eppure tanto simili agli sforzi e all’umile lavoro di tanti personaggi in carne ed ossa che, pure nelle difficoltà di ogni giorno, riescono a non perdere mai il sorriso e la gioia di condividere e di darsi una mano, che si tratti del succo portentoso del melograno che fa tornare d’incanto la memoria o di una manciata di castagne capaci di scaldare le mani ed assieme il cuore, tra gli sguardi accesi dalle fiamme d’un focolare…
    Un libro che consiglio a tutti di leggere nel più bello dei modi possibili: assieme ad un bambino per sorridere attraverso il suo sguardo incuriosito e sereno… specialmente ora che le scuole chiuse diventano una ghiotta occasione per condividere con i bambini un po’ di tempo libero da impegni e gioire della loro innocenza nell’emozionarsi e nel fantasticare assieme.Per l”acquisto potete richiedere il libro alla sua autrice
    http://www.tuttiicoloridellanima.com/
  • oppure quihttp://www.ilfiloonline.it/
  • Delphine de Vigan – Le ore sotterranee
    “Ha incontrato Lila una notte d’autunno…Fino allora si erano incrociati diverse volte…quella volta erano così vicini che non potevano evitarsi…Fra loro era stata una questione di chimica: talvolta corpi estranei si mescolano, si accordano, si confondono…Ricorda che la sera stessa aveva appuntamento con Lila. Appena entrato, aveva sentito il bisogno di gettarsi fra le sue braccia, perché lei lo accogliesse, lo abbracciasse…Aveva fatto un movimento verso di lei, un movimento di abbandono. E poi, in una frazione di secondo, d’istinto, il movimento si era interrotto. Lila non si era mossa.
    Lila era lì, davanti a lui, le braccia lungo il corpo…Non stavano insieme...
    Non formavano nulla, nessuna geometria, nessuna figura. Si erano incontrati e si erano limitati a riprodurre quell’inccntro ogni volta che si erano visti: compenetrarsi l’uno con l’altra e constatare l’evidenza della fusione…Forse la relazione d’amore si riduce a questo squilibrio: non appena pretendi qualcosa, non appena ti aspetti qualcosa, hai perso…questa volta è lui ad aver perso. Ama una donna che non l’ama. C’è forse qualcosa di più feroce di questa constatazione, di questa impotenza? C’è forse una sofferenza, una malattia peggiore di questa?…
    Osserva la città, questa sovrapposizione di movimenti. Questo territorio d’intersezioni infinite dove nessuno s’incontra ”E’ stanco. Vorrebbe che una donna lo prendesse fra le braccia. Senza dire niente, solo per un istante. Riposarsi per qualche secondo, trovare un punto di appoggio. Sentire il suo corpo che si rilassa.. Ogni tanto sogna una donna alla quale chiedere: puoi amarmi? Con tutta la fatica di vivere che si porta dietro. Una donna che conosca la vertigine, la paura, la gioia…”“A lungo ha pensato che lui e la città avessero lo stesso ritmo, fossero una cosa sola…ma ora lo sa: la città è una menzogna assordante”…
    “”Trascinato dalla fiumana densa e disordinata ha pensato…continuando a ignorare quei milioni di traiettorie solitarie, all’intersezione delle quali non c’è niente, nient’altro che il vuoto oppure una scintilla, subito spenta”.“Nel suo sgabuzzino, Mathilde controlla che la linea telefonica funzioni. Solleva il ricevitore, digita lo zero, aspetta la tonalità.
    Rassicurata dalla possibilità di un contatto con il mondo esterno, riattacca….cerca nel silenzio il brusio del tempo che passa…Le sue mani sono ferme accanto al telefono. Le sue mani sono come il resto del corpo: inerti…” ”Erano altri tempi. Tempi leggeri, spensierati”…
    “Prima manteneva i rapporti, condivideva la vita quotidiana. Raccontava dei bambini, dei progetti, delle uscite che faceva. Oggi non chiama più. Non sa cosa dire. Non ha niente da raccontare…ha esaurito le scuse. Perché non può più fare finta….Perchè arriva sempre un momento in cui finiscono per chiederle:” E il lavoro, tutto bene?”. Davanti ai loro sguardi si sente ancora più indifesa. Certamente si diranno che non c’è fumo senza arrosto, che ha commesso un errore o preso una cantonata. Ai loro occhi è quella che non sta bene. Che ha dei “problemi”. Non è più come loro…. E’ troppo debole per imporsi, marcare il territorio, mantenere la posizione. Perché l’azienda l’ha isolata per precazione sanitaria…Quando la guardano, si sente giudicata. Allora tace. Non risponde più….”
    “Ogni tanto Mathilde sogna un uomo al quale chiedere: puoi amarmi? Con tutta la fatica di vivere che si porta dietro, la forza e la fragilità. Un uomo che conosca la vertigine, la paura, la gioia. Che non abbia paura delle lacrime dietro il suo sorriso né del suo sorriso fra le lacrime. Un uomo che sappia…
    Ma le persone disperate non s’incontrano. Al cinema, forse. Nella vita vera s’incrociano, si sfiorano, si urtano. Il più delle volte si respingono, come i poli identici di due calamite. Lo sa da molto tempo.”

    Ho lasciato che per prime parlassero le parole stesse dell’autrice (di cui, premetto, non ho letto il precedente “Gli effetti secondari dei sogni”) la francese Delphine de Vigan.
    La storia in realtà si dipana in un solo giorno un fatidico 20 maggio in cui le due vite, segnate da angosce presenti e passate, di Mathilde e Thibault cambieranno.

    Nessuno dei due sa dell’esistenza dell’altro, che pure respira, vive e soffre non in chissà quale altro universo bensì in quella stessa Parigi che scorgiamo attraverso i loro occhi, attraverso gli imbottigliamenti del traffico, attraverso le fermate della metropolitana.
    Nessuno dei due sa di condividere il medesimo male di vivere, di sentirsi sull’orlo di una voragine che può risucchiarne l’anima e del loro tentativo di reagirvi con un taglio netto di un rapporto d’amore voluto, nel caso del medico Thibault, ogni giorno a contatto con il dolore della malattia altrui, o di lavoro subito a causa di un mobbing che tocca tutte le asperità e gli abissi di una devastante persecuzione, per Mathilde, annientata dalla crudeltà di un suo superiore dopo esserlo stato da parte del fato che le ha tolto il marito.

    Le loro vite parallele, come in un canone musicale, ci scorreranno sotto gli occhi attraverso flashback, ci scopriremo esser loro accanto sugli scalini delle case e tra i clacson impazziti o nell’angosciosa asetticità violenta degli uffici, dove si comanda o ci si assoggetta, come in una giungla metropolitana o un gioco di ruolo spietato.
    Ci scorrono davanti i loro gesti, i loro abbandoni non consumati, il loro vivere mano nella mano con la solitudine e nella capsula di vetro attorno che impedisce loro di condividere le loro emozioni, come detonatori inesplosi nell’anima.

    Quel 20 maggio le loro vite si incontreranno o si sfioreranno?

    Lo stile narrativo claustrofobico ed incalzante, le frasi spezzate come il respiro nelle crisi d’ansia, la vena poetica, intimista e introspettiva, di cui sono intrisi tanti passaggi del libro, la dolente com-passione con cui le sue parole accarezzano i protagonisti e le loro parole non dette, i loro piccoli gesti rassicuranti, l’assioma che affiora tra le righe di come in realtà la solitudine non sia l’eccezione ma la regola del nostro comune vivere, la negazione del sentimento quasi un ovvio scotto da pagare alle consuetudini quotidiane e a quanto gli altri si aspettano da noi, ne fanno un testo forse spietato nella crudezza dell’accettazione del vuoto della normalità, ma sensibile e profondo.

    Un libro, dunque, che parla alla mia anima, senza fronzoli, così come amo affrontare l’esistenza, senza sdolcinature eccessive nè compiacimenti, ma che coglie la poesia e la vibrazione nelle piccole cose, nei gesti, negli oggetti e negli ambienti: la chiave di volta del mio modo di intendere questi nostri brevi istanti di volo qui, e l’intera esistenza.

    (letto e raccontato da flameonair)

  • … ma profonde.
    E, per farlo, vi porterò qui poche parole raccolte con il cavo della mano da quell’oceano grande che sono le parole dell’amico blogger (
    http://massimobotturi.wordpress.com/) Massimo Botturi, il cui mondo poetico ammiro tanto e che voglio condividere con chi si trova a passare di qui.
    Ci sono varie tracce di Massimo in campo editoriale, in antologie poetiche e in due libri pubblicati a suo nome, tra i quali ricordo qui Frutto acerbo, Musicalia, Parole di carta2, Il volo dello struffiello.

    Ma qui voglio portarvi per mano a scoprire “Scena Madre”, edizioni OTMA, una raccolta di poesie che è visivamente una raccolta di immagini dal sapore neorealistico senza altro filo conduttore se non il suo snodarsi attraverso raccolte tematiche che si intrecciano nel testo come in un film si aprono parallelamente e si intersecano tante storie e squarci di vita:

    “Conflitti” che parla della faccia meno epica e sbandierata della guerra – la guerra dei poveri cristi – alla stregua della ballata di De Andrè “La guerra di Piero” , “Cronache operaie” del lavoro duro,della miseria e dell’onestà, “Icone” una serie di omaggi agli scrittori da lui più amati, “Quasi d’amore” la parte più intimistica che parla con la voce della passione, del sentimento e della sensualità, “Chicchi di melograno”,”La memoria”, “Profili”.
    E per immergervi subito nell’emozioni dei suoi versi, credo che migliore ingresso non potrebbe esservi se non attraverso la lettura di un paio di sue poesie…
    A VOLTE T’AMO SENZA TOCCARTI
    A volte t’amo senza toccarti,
    senza svegliarti
    e dirti le voci dei bambini
    che passano e coi legni al cancello
    fanno bella
    la vita che li aspetta.

    a volte è il pino
    che manda quel profumo d’immenso
    e di maestoso,
    che mette l’ombra addosso al tuo posto
    e ti fa scura,
    tu che hai la pelle chiara
    come di margherita.

    A volte t’amo senza toccarti,
    l’ho già scritto,
    ma tu lo saprai solo domani
    ora consumi;
    stai con la bocca aperta, per aria
    i piedi fuori
    da quel lenzuolo pieno di uccelli
    e anche di te;
    ora tu vai per mari ed ulivi tarantini
    ti compri ancora un mezzo vestito
    coi bottoni, le arance per tua madre
    i biglietti per il treno.

    A volte t’amo senza toccarti
    perché è qui
    che porto te, e t’aspetto
    come una gravidanza voluta e soffio forte
    se sento che vuoi uscire e fatichi;
    e soffio forte, mi lacero le carni
    e poi sudo, impreco dio
    e t’amo, a volte, senza toccarti
    e sono tuo

    (Quasi d’amore)

    IL PALETOT
    Nel caldo della mano sua, la mia
    Che gli arrivavo alla cinta di braghe;
    giù alla fiera
    dove ci fermavamo all’ardesia d’osteria
    per giudicare un pranzo alla tasca
    o farci, in due
    un cartoccio di frittura salata.
    Lui, per me
    Pagava un’aranciata
    Negandosi il caffè;
    fumando la sua mezza, contento
    a veder me
    seduto come un grande signore
    in paletot.
    (Cronache operaie)
    Parole, quelle di Massimo Botturi, corpose e solide, talvolta carnali, che narrano di lavoro e di sudore, del sapore del sacrificio senz’altra ricompensa che la coscienza pura dell’essersi guadagnati il pane con la fatica dell’onesto, orgogliosa di dividerlo con i propri cari, di costruire un futuro migliore per i propri figli.
    Ma anche parole che sanno essere estremamente dolci e piene d’un romanticismo dei sentimenti, scarno ed essenziale quanto profondo che, dalla pelle o dalle sottane della propria donna, amata anche quando la stanchezza, le rughe o la vita ne hanno segnato il volto fresco della giovinezza, sanno giungere lontano, dove solo l’amore vero e sincero, non disperso nè attenuato dalla quotidianità sa condurre.
    … Sapere prima del tempo
    che non sarai più tu,
    a spegnermi la luce, non so
    se lo vorrrei..”
    I versi, con picchi d’intenso lirismo ad ergersi in un mare di toni volutamente smorzati e pudici di eccessi d’esteriorità, delineano figure d’un muto eroismo quotidiano, dipinte con l’affetto e il calore di chi sa cogliere, poeticamente, il significato e il simbolo degli stanchi silenzi appoggiati, tornando a casa, alle spalliere consunte di una sera di lavoro.
  • Il fascino segreto dell’uomo dagli occhi di ghiaccio


Chiedo venia agli amanti dei libri diciamo così “in costume” per usare una terminologia più usata per la cinematografia, ma io solitamente amo pochissimo i romanzi storici ambientati nei secoli addietro: li sento troppo distanti dal mio sentire, dalle mie esperienze.

Ebbene “L’uomo dagli occhi glauchi” di Patrizia Debicke van der Noot (avesse solo un nome più facile…) è l’eccezione che conferma la regola.

Sin dalle prime righe il mistero, il segreto ed il fascino celato da quegli occhi citati nel titolo creano la suspence giusta per invogliare a consumare pagine su pagine del libro, costruito su una trama ricca e degna di una spy story dei nostri tempi. Lo spunto stesso del libro è la meravigliosa tela di Tiziano Vecellio: “L’uomo dagli occhi glauchi” o “Ritratto di giovane inglese”, un dipinto del ‘500 che ritrae un giovane uomo, dai capelli e dagli occhi chiari, dai lineamenti nobili ma fieri e sanguigni, pieni di una sicurezza interiore evidente.

E devo ammettere che il fascino della tela di copertina l’ho subito anche io quando, girovando in libreria, il mio sguardo si è posato su di essa.
Il resto l’ha fatto la lettura stessa, ricca di thriller, suspance e l’eleganza della scrittura dell’autrice, con la sua stupefacente capacità di intersecare, intrecciandole, vicende e personaggi realmente esistiti ad altri di sua creazione.

L’ambientazione storica tocca l’Inghilterra, paese d’origine del protagonista – Lord Templeton – e l’Italia (in particolar modo i palazzi sontuosi – centri del potere e della ricchezza – le calli e le vie di Venezia e di Roma – con i loro chiaroscuri di povertà e sfarzo – e la via francigena) nel periodo di massimo coinvolgimento e tensione – fino allo scisma – tra Enrico VIII , a capo dei protestanti, e il potere papale, impersonato da Pio III e da suo nipote Alessandro Farnese, a capo dei cattolici, alla vigilia del Concilio di Trento.

Ne scaturiscono vicende brevi e tempestose, ricche di agguati sanguinosi, tradimenti e doppi giochi, ma anche pagine di piacevoli abbandoni amorosi, di sentimenti e di legami familiari e di leali amicizie.

Una storia avvincente questa narrata in “L’uomo dagli occhi glauchi” che sinceramente mi sento di consigliare a tutti voi.

(flameonair)

Ritratto di gentiluomo, detto “L’uomo dagli occhi grigi”, 1520 ca.
Olio su tela, 111,3 x 96,2 cm
Palazzo Pitti Galleria Palatina, Firenze

* Da notare l’insolito risalto dato dal Tiziano
all’ombra dell’uomo…con un cenno di incredibile
modernità (quasi metafisica) e mai presente
negli altri ritratti di protagonisti del libro.

.

Tiziano, Ritratto di Papa Paolo III
(Museo Capodimonte, Napoli, Collezione Farnese)

Cardinale Alessandro Farnese,
dipinto del Tiziano Vecellio, Napoli,
Museo CapodimonteTiziano Vecellio
Ritratto di giovane donna, 1536 ca. – Olio su tela, cm 96×75
San Pietroburgo, Museo Statale ErmitageTiziano Vecellio (1538) – Venere di Urbino

“L’inverno, quell’anno più aspro del solito, aveva ostentato per settimane il suo volto più arcigno, infliggendo ai cittadini di Cambridge alberi intirizziti e strade ghiacciate. Poi, miracolosamente la temperatura si era addolcita, regalando qualche giornata tiepida. Alle prime luci dell’alba, con la casa che dormiva ancora, William Cyssel di Burghley scese in punta di piedi a pianterreno, facendo scricchiolare appena la stretta scala di legno.
A poco più di ventidue anni, biondo, occhi cerulei, atletico, ben tagliato, esibiva l’impronta familiare che faceva risalire i Cyssel a un fiero ceppo gallese. Sbadigliò, stiracchiandosi per tutti i suoi sei piedi e mezzo d’altezza, e aprì la porta per far uscire Peggy, la cagna di casa.
Il viaggio che l’aspettava era lungo…

Animazione Flash

  • La solitudine dei numeri primi

La solitudine dei numeri primi

Il mio riconoscimento virtuale all’assoluta
originalità della prospettativa di vita
raccontata dal libro di Paolo Giordano e
alla sua rispettosa e, sapientemente onirica,
trasposizione visuale fattane da Saverio Costanzo
che han saputo darmi l’emozione delle
vere tempeste dell’anima, quelle troppo spesso
annegate in oceani di silenzio.

Animazione Flash

Annegando nell’invisibile

D’inumani silenzi
avvolgersi le gonfie vele
dell’anima, solcando,
come in volo purissimo
oceani e continenti,
nel vuoto incolore ed affollato
di disturbanti pensieri

Il dolore d’implosi universi
di non-vite immaginate,
d’insapore verbo
ricamare le proprie gabbie
a contenere l’inespresso
e a sfuggire il tocco dell’essere,
serrati dal gelido biancore
della rarefatta (im)perfezione.

Abissi di percezione
persi volontariamente
nell’impossibilità di bagnarsi
nelle stesse acque che altri
trascinano ridenti,
senza cosciente moto,
senza causa o fine,
senza meta apparente.

(flameonair)

Tracimano tracce del passato…Margit Kaffka

“Mi piaceva
passare il tempo
a immaginare quante mani di
donna avessero sfiorato, fin da un
passato ormai remoto, lo stinto
velluto color ruggine delle
tovaglie, chi sedesse una volta
sulle seggiole dagli alti e rigidi
schienali intagliati o sulla
decrepita ottomana dal materasso
sfondato”.

(Margit Kaffka)

Quante storie, se potessero, ci testimonierebbero le cose di
una volta, i vecchi mobili tarlati, i vestiti lisi e lucidi, le vecchie trame ed i merletti, le tendine eleganti ed ordinate, le mura scrostate
delle case, le vecchie sedie a dondolo e i caminetti che hanno ascoltato tante storie e tante fiabe.

Mi piacerebbe fosse possibile, sedermi su uno di quei divani e sentire le voci d’un tempo narrare di sè e dei sogni che hanno animato ed attraversato gioie e dolori.

Vedere figure minute sussurare segreti a lungo trattenuti,
asciugare le loro lacrime, raccogliere la magia di un sorriso
di tanto tempo fa!

Guardare i giochi semplici dei bambini d’una volta: la corda,
la trottola, il salto della campana.

La felicità cui bastavano pochissimi oggetti: la gioia nel cuore invece che la malinconia dell’avere.

Ascoltare, silenziosamente, un mondo che non c’è più, per ore
ed ore…

(flameonair)

Kaffka Margit.jpg

Margit Kaffka, la cui frase mi ha ispirato queste piccole riflessioni,
è stata una scrittrice ungherese (1880-1918) poco nota ai nostri
giorni che, pure, ha segnato una strada importante per le donne in letteratura.

Nata da una famiglia nobile ma povera, compì i propri studi in un collegio tenuto da suore di carità ed esercitò l’attività di insegnante.

La sua carriera letteraria si sviluppò tra poesie e romanzi e, pur
stimata dagli intellettuali del suo tempo, i contenuti presenti nelle
sue opere dalla parte delle donne, dei loro problemi, della loro voglia
di vivere in modo indipendente, le costarono l’allontanamento dall’ambito nobiliare. Morì nel 1918 a causa della terribile “spagnola” così come suo figlio.
Tra i suoi romanzi il suo capolavoro è considerato il romanzo autobiografico “Colori ed anni” del 1912 ma io oggi vi accennerò
all’altro suo romanzo Il formicaio” (La Tartaruga, 2010, trad. Laura Sgarioto).

Nonostante vivessero sotto lo stesso tetto, le rigide prescrizioni che regolavano la loro vita le tenevano isolate l’una all’altra…Questa distanza artificiosa era un buon terreno di incubazione per bizzarre e fantasiose inftuzioni. che solo di rado riguardavano compagne vicine; il più delle volte avevano come oggetto la sorella, la novizia o l’educanda più distante. Il vecchio e buio edificio era pervaso di queste innomibaili ed eccitanti simpatie, all’uscita della chiesa si incrociavano sguardi rivelatori, sul bordo dell’acquasantiera mani tremanti si sfioravano furtive, con eterea leggerezza ma ricavandone sensazioni indimenticabili, e un incontro casuale nel corridoio, un saluto, una parola sussurrata di sfuggita assumevano un significato tale da influenzare tutta una vita (questa vita così anonima e volta verso l’interiorità).”I ricordi e le emozioni vissute interiormente nella sua educazione in collegio si esprimono pienamente, con un senso non celato di tenue malinconia, in questo testo: il formicaio è un coperchio di eterea tranquillità esteriore che nasconde agli occhi del mondo “fuori” un brulicante universo di atomi, un formicolante agitarsi di pensieri,
di sguardi, di illusioni e di sogni.
Le donne lì “rinchiuse” e, ad un tempo rassicurate d’esserlo,
vivono uno sdoppiamento interiorizzato dell’accettazione
femminea all’obbedienza e dai momenti di segreta volontà di
divenire protagoniste della propria vita, di ambizioni profonde
e spesso disconosciute, di prendere in mano il timone della
esistenza e di un destino troppo spesso scelto da altri…

(flameonair)

  • Canone inverso di Paul Mariensing la Partita in Re min. di Bach.

La “Partita” è una composizione di norma per strumento solista che nella sua evoluzione per strumento solista ed orchestra o per strumento solista e complesso di musica da camera diviene “Suite” ed è caratterizzata dall’andamento affiancato di due coppie di danze (danza e controdanza) in tempi diversi, in cui solitamente si alternano una danza veloce ed una lenta progredendo come in una specie di andamento sinusoidale .

La grandezza di Bach si esprime infinita in tale tipo di composizione apportandovi innumerevoli variazioni personali rispetto allo schema tradizionale.

La Partita Bwv 1004 in re min. per violino, scritta nel 1720, è articolata in 5 movimenti: Allemanda – Corrente – Sarabanda – Giga – Ciaccona ed è una poesia musicale d’amore assoluto giocata su tonalità che ne esaltano il contrasto tra momenti di tristezza malinconia e raggi di luce di serenità che sembrano qui e lì apparire come squarci in un cielo plumbeo e minaccioso.

Esistono studi di numerologia e di ghematria (corrispondenze tra numeri e alfabeto ebraico) su tale composizione che vi riscontrerebbero letture “nascoste”, e non del tutto interpretate, e riferimenti biblici.

Anche a una sprovveduta non musicista quale io sono appare comunque evidente la straordinaria costruzione geometrica e matematica che sovrintende la sublime bellezza musicale dell’opera.

La Ciaccona che fa da sfondo misterioso al libro “Canone Inverso” di Paolo Mauriensing costituisce l’ultima parte della Partita n.2 in Re min di Bach ed è stata pensata per esprimere appieno le possibilità virtuosistiche del violino.

« Provavo la netta sensazione che egli (Kuno Blau)volesse servirsi di me. Eppure stavo al suo giuoco e, sordo a ogni richiamo della ragione, mi lasciavo coinvolgere sempre più. Senza che me ne avvedessi, ciò che aveva trovato il suo supremo compimento nella folgorazione iniziale, aveva già cominciato da tempo la sua corsa retrograda, il suo conto alla rovescia, o, se vogliamo usare un termine musicale: il suo canone inverso. »

In breve la trama del magnifico libro prende spunto da un’asta a Londra, negli anni ’90, in cui un anziano signore si aggiudica un violino elegante ed unico che ha la particolarità di avere, al posto della tradizionale chiocciola, una piccola – e dall’aspetto angosciante – testa antropomorfica intagliata sul cavigliere dello strumento. Appena in albergo questi è raggiunto da un enigmatico presunto romanziere che vorrebbe ricomprargli il violino appena aggiudicato perché lo strumento sarebbe per lui la chiave per capire un oscuro ed enigmatico episodio incorsogli a Vienna in precedenza.

Qui sarebbe incappato in un violinista ambulante ungherese, Jeno Varga, che pur suonando in bettole malfamate in cambio di offerte è in grado di suonare pezzi complessi quali la Ciaccona di Bach. Tra flashback e colpi di scena si sviluppa una storia complessa, sul filo della malattia mentale, costituita da un groviglio di complicati rapporti d’amicizia e competizione violinistica nati tra Jeno e Kuno – conosciuto nell’ambientazione claustrofobia del tenebroso Collegium Musicum – poi trasformatisi in odio, della disperata ricerca delle proprie origini, di un sublime amore nato dall’affinità elettiva per il violino, di dedizione maniacale alla perfezione dell’esecuzione musicale alla quale alfine soggiace l’intera personalità dell’esecutore, dal mistero alchimistico che circonda la figura dello zio di Kuno, Gustav Blau, e dell’irrompere devastante della seconda guerra mondiale sulle umane vicende dei protagonisti.

Lungo tutta questa storia che sembra completamente girata in notturna si sente l’ombra della sofferenza, della follia, della tenebra, dell’oscurità che trasforma la luce del talento violinistico in una rabbiosa e devastante antinomia e rivalità artistica che sfocia nell’odio ed il bisogno angosciante di far finalmente luce sui tanti segreti di un passato personale e familiare occultato e soffocante.

Come la partitura del canone inverso che si può eseguire anche a ritroso il passato riaffiora pezzo a pezzo in un procedere verso la comprensione della complessità immersa nel passato.

Tutte le misere storie umane che vi si narrano sono sottomesse al giogo di questo violino che attraversa la storia eternando sia il potere divino, magnifico ed ascendente della musica sull’uomo sia il suo aspetto diabolico che trasforma la passione in asservimento e appartenenza totale, ne possiede l’anima, ne fa suo strumento al di là della sua volontà e lo distrugge, lo annienta, spazzando via tutto ciò che era un punto di riferimento e conducendolo nell’abisso della pazzia.

“La musica come sublime elezione e dannazione al tempo stesso. L’amore e l’amicizia sono possibili solo in quanto folgorazioni, esclusive ed elettive, arte anch’esse.

Il canone inverso conduce, attraverso gli inferi, ad una risalita che riconnette in una trama che da infine il senso ad un insieme prima caoticamente confuso ricongiungendo sogno e realtà, incubo e memoria, storia familiare ed identità personale, in un flusso in cui il destino sembra trascendere dolorosamente dalle singole volontà”.

Infine un cenno alla copertina del libro: essa ritrae “La punizione di Marsia” del Tiziano (1575) credo ancor più a voler simboleggiare il senso tragico in cui può sfociare una rivalità artistica.

Animazione Flash

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4 thoughts on “Libri che leggo

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