Nicola Vacca, “Mattanza dell’incanto” (Marco Saya Edizioni, 2013) – recensione di Antonio Daniele


Da non perdere…

verso un'ecologia del verso

Questa silloge poetica di Nicola Vacca, introdotta da un capitolo di “aforismi lunghi”, è un viaggio nell’abisso della realtà italica, una impietosa fotografia del nostro stato di animali sociali allo sbando, una estrema unzione senza assoluzione del nostro Paese, condannato alla rovina da «untori senza scrupoli» (Un paese barbaro). Vittima di una politica da basso impero (“Abbiamo toccato il fondo”), dice Vacca, l’Italia sta disastrosamente perdendo la sua identità e precipita nel baratro, congelata nelle tenebre della stupidità, della menzogna, della falsità, del conformismo, della banalità.

Viene qui ritratto un Paese che dorme il sonno della ragione (quello che genera mostri), popolato da gente «incancrenita dal proprio ego» (“L’investigazione dell’anima”), prigioniera dell’edonismo e dell’indifferenza. Perché ci si guarda in cagnesco? Perché non si corre in soccorso degli altri? Qui c’è una società in piena decadenza, una civiltà che sta morendo. Siamo ormai soli in mezzo alla folla…

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L’essenziale che scopri in un verso – Almeno un grammo di salvezza di Nicola Vacca


Almeno un grammo di salvezza di Nicola Vacca 

Plaquette, Ed. Il Foglio (2011) con prefazione di Giulio Maffii – 100 pag – 6 euro

Mastichiamo Apocalisse
non mangiamo
altro che distruzione …
… Stanchi
di vedere la luce del buio
precipitiamo senza difese.”

Una luce che si fa più acuta, più vibrante da quel profondo buio, che a volte, la vita ci riserva: da questo pittorico contrasto caravaggesco parto per presentarvi ”Almeno un grammo di salvezza”, raccolta di poesie dello scrittore, critico letterario, opinionista Nicola Vacca.

“Con le unghie.

Deve esserci un’uscita
L’oscurità non può sempre vincere.
Deve esserci una piccola verità
in questo deserto di luoghi fermi.
E’ vera la luce che addenta le ombre
n ella notte delle cose.
Lottiamo per la vita
in questo vuoto che fa tremare tutto.
Scaviamo nel sottosuolo
con le unghie di chi non vuole arrendersi.
Torniamo a incendiare i cuori.”

Un libro di poesie che nascono come stille resinose dalle ferite inferte alla corteccia d’un albero della vita: il dolore stesso le purifica di ogni orpello possibile, rende l’espressione poetica di Nicola ancora più essenziale di quanto già non sia sua splendida peculiarità e vanto.

“… Si scava la verità
con la lingua della mitezza …
… Nel legno storto delle cose
Dovremmo essere la semplicità
Che manifesta la fatica paziente dello spirito.”

Eppure la sintesi non preclude la vertigine della profondità che si coglie in scarne e musicali parole: di esse qui si celebra, senza sontuosità, il potere salvifico, pur se la tentazione di lasciarsi andare ed il dubbio fan tremare le labbra del poeta.

“La parola è stanca
spenta è la carta
su ci si adagia
muto alfabeto”.

Nei versi stessi è l’epifanico riscatto dell’anima dalla piaghe della disillusione e dal disgusto, una meta ardua ma che essi rendono ancora possibile.

“E’ il nostro compito
portare le amarezze …
Il sapore crudele dei giorni
Lo dicono le cose …”

E’ un bisogno primario quello di riscoprire il cibo e l’acqua che nutrano e dissetino l’anima, le fonti profonde a cui attingere possono essere le più svariate: qui, in gran parte, il germe dell’ispirazione riflessiva e poetica si sviluppa dai testi sacri, dai salmi, dalla Bibbia, che divengono una chiave di volta nell’interpretazione del destino e delle avversità, di quell’ombra lunga che l’oscurità allunga sulla fragile felicità dei nostri giorni, e trova terreno fertile e accudimento nella sensibilità dell’autore.

Egli stesso si identifica nell’umanità dolente: il suo sentirsi naufrago alla deriva nell’oceano in burrasca dei propri sogni e dei propri progetti di vita,

“Né terre né mari
per la nostra zattera”

non lo reclude in un delirio di solipsismo tormentato, né deprime la voglia di testimoniare a chi può trovarsi in un’analoga situazione che si può rinascere partendo da sé stessi e, ad un tempo, traduce la parola poetica in una simbolica mano che si sporge da una balaustra d’anima a risollevare anche chi crede di star perdendo ormai  la forza della speranza.

“Si scava la verità
con la lingua della mitezza”

e, ancora:

“Non è mai troppo tardi
per asciugare il dolore dell’altro.”

Le sue personali vicissitudini divengono solo l’eco di un più universale male di vivere e la leva per una ribellione interiore contro la rinuncia a chiedere altro rispetto a un assimilarsi gregario alla spicciola volgarità ed aridità dell’oggi. Il suo è uno sguardo che tende ad un limitare arduo ed impegnativo, oltre il mero quotidiano calcolo e l’inessenziale, recinti entro i quali disperdiamo le nostre vere, interiori ricchezze.

“ La nostra comunione.

Il cuore è sordo alla grazia.
Il seme della bellezza
cerca una terra da fecondare.
Su ogni uomo pesa la tribolazione
nell’inferno delle cose.
La nostra comunione
è il germoglio della salvezza
dal fuoco che distrugge anima e corpo.”

La semenza nata dalle lacrime dà frutti di consapevolezza che dissetano nel deserto e guidano gli occhi a non perdersi negli infiniti miraggi di questa nostra avida contemporaneità, avvinta e fascinata dall’apparenza e dal male, questo quindi sembra il messaggio illuminante, scaturito dalla sua personale e buia “esperienza degli affanni”, che Nicola Vacca, con essenziale drammaticità sembra volerci suggerire, cantandolo nei suoi versi.

Vi segnalo dello stesso autore (che  si è da poco trasferito nel blog http://nel-verso.blogspot.com/) :

Nel bene e nel male (Schena 1994)
Frutto della passione (Manni, 2000)
La grazia di un pensiero ( pref. di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002)
Serena musica segreta (Manni, 2003)
Civiltà delle anime (Book ediz., 2004)
Incursioni nell’apparenza (pref. di Sergio Zavoli, Manni, 2006)
Ti ho dato tutte le stagioni (pref. di Antonio Debenedetti, Manni, 2007)
Frecce e pugnali (pref. di Giordano Bruno Gerri, Ediz. Il Foglio, 2008)
Esperienza degli affanni (Ediz. Il Foglio, 2009)
“A destra per caso” assieme a Carlo Gambescia (Ediz Il Foglio, 2010)
Serena felicità nell’istante (pref. di Paolo Ruffilli, Ediz. Il Foglio, 2010)

 

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