Architettura di interni.


Architettura di interni.

È dall’interno di noi stessi
che apprendemmo l’alfabeto
necessario ad interpretare
la finitezza degli orizzonti
del mondo
posto al di fuori di noi.

Livelli di vita alternativi.


Livelli di vita alternativi.

Lasciare
la fredda superficie
dei pensieri
per scendere
nelle telluriche
acque del cuore.

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Pensieri di nebbia.


Pensieri di nebbia.

Come molli ondate
sfocarsi alla battigia,
pensieri innocui e pallidi
tornano a bagnarmi l’anima.
Si disfano, come grigie figure,
nell’umore della nebbia,
di silenzio inondando
lo sguardo mio distante.
Non trovo più domande da pormi
– per quanto mi frughi nelle tasche –
e credo d’aver perso
già da un po’
i sogni,
in fondo ad un cassetto.
Di rovistarvi invano,
ora non ho gran voglia.
Verso lentamente
il mio tè
nella tazza
disegnando di vaniglia
il mio respiro.

Speleologia interiore.


Speleologia interiore.

Non ho dimenticato nulla
di quei lunghi giorni piovosi.
Non una parola,
né uno sguardo.
La pioggia
porta via con sé
le tracce polverose
delle giornate di sole,
ma scava dentro l’anima
carsiche vie che segnano inesorabilmente i pensieri
e che, di tanto in tanto,
tornano ad allagarsi di nuovo.
In queste nascoste vie d’acqua
perdura la memoria,
nell’eco di quelle lontane voci,
delle ore andate
e delle basse frequenze
del rimosso dolore.

Là dove il cielo è stellato.


Là dove il cielo è stellato.

Solo
chi è caduto a terra
riesce ad apprezzare pienamente,
in tutta l’infinitezza
delle sue nascoste possibilità,
la grandezza di un cielo stellato.
È nella caduta
che ogni prospettiva
si dilata.

I ricordi.


I ricordi solcano silenziosi, come lame, la superficie liscia del lago dell’anima. Tutta l’attraversano, talvolta s’immergono, d’improvviso, e sembra che debbano sparire per sempre.
Fino a che non ce li troviamo grondanti e vivi sulla sponda opposta, reclamare tutta la nostra attenzione.

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Lievemente spaurita.


Lievemente spaurita.

Nell’attesa inutile,
riordino virgole e cassetti,
fortuita sensale
di solitari calzini spaiati.
Mi scopro atterrita
dal buco nero che genera
l’oscuro vortice che inghiotte
gli oggetti cari smarriti,
assieme ai rispettivi
e perduti esemplari,
trascinando dentro sé
anche i pensieri più lievi.