Frammenti al crepuscolo.


Frammenti al crepuscolo.

Mimetizzando mille
sottaciute battaglie
senza uscita
sotto un sorriso gentile,
anime s’accarezzano
di sguardi trasparenti.
Non c’è più l’urgenza
d’un trasalire
d’eccessi di parole.
Come risacca a sera,
ammararsi, silenziosi,
nei porti occulti dei cuori:
in accoglimenti temporanei,
oltremodo soli,
oltrepassare il buio
in attesa della scialba luce
d’un’altra bianca alba.

Battigia.


Battigia.

I miei pelagici ricordi
sciamano,
mollemente appesi
a una risacca oceanica.
Come malumori diffusi,
cui manchi la voglia
di dissimularsi
in stanchi e spenti sorrisi,
si insabbiano
in attesa di nuovi giorni.
Gabbiani frenetici
a becchettare l’orlo
di questo vuoto.

Automi lobotomizzati eterodiretti.


Automi lobotomizzati eterodiretti.

Scene iterative,
del caos perfetto,
guidato dall’orrore
sciolto,
come veleno mortale,
nelle nostre ore
quotidiane.
L’ordalia del terrore
a fendere le nostre vite,
come fossimo zombie
in un gioco digitale,
osservando,
forma di voyerismo estremo,
la realtà e sé stessi,
attraverso la virtualità
di uno schermo.
La guerra è condotta,
per slogan e suggestioni,
attraverso le vie della comunicazione,
tra la propaganda di reclutamento
che sbriciola menti opache,
prive di spessore, di progetti e di cultura,
e il tam tam mediatico
che ci riduce
a passivi follower
di stracci di ideologie da supermarket contrapposte.
Parvenze di cause improbabili imbracciate assieme alle armi,
a gonfiare ego di profili confusi,
scatole vuote
che s’impadroniscono
delle vite altrui
per rubare quella personalità
che a loro manca.
Ferraglia dagli ingranaggi inceppati,
che si smuove solo oliata dall’odio
e figlia cretina
della social emulazione mediatica
che pensa di esistere
entrando col sangue
nella storia
– della cronaca –
per un minuto di celebrità.
Ma è solo un altro numero
della lunga lista.

Confluenze.


Confluenze.Confluenze.

Resto così,
liquidamente disciolta
in un lento fiume
di pensieri.
Accanto a quei luoghi magici,
dove acqua
con altre acque si disperde,
ritrovo l’iniquo senso
di questo folle dissiparsi,
in rivoli fragili,
in pozze grevi.
Di quanti minuti abbisogno,
ad occhi chiusi,
per ricordare il mare?
Mi confluisce il cuore,
il suo battere teso,
nello scadenzarsi
dell’attimo
di un eterno ieri.

Chiusure.


Chiusure.

M’è d’inciampo,
nella vita,
il tempo ottuso,
l’ignobile fardello
delle ore rubate
all’infinitesima misura
del bello.
L’insensatezza delle parole
mancate, sfinite
dalla troppo lunga attesa.
Quel senso deturpato
dall’ inconsapevolezza
del precario scorrere
del sangue,
in cuore.

Speleologia interiore.


Speleologia interiore.

Non ho dimenticato nulla
di quei lunghi giorni piovosi.
Non una parola,
né uno sguardo.
La pioggia
porta via con sé
le tracce polverose
delle giornate di sole,
ma scava dentro l’anima
carsiche vie che segnano inesorabilmente i pensieri
e che, di tanto in tanto,
tornano ad allagarsi di nuovo.
In queste nascoste vie d’acqua
perdura la memoria,
nell’eco di quelle lontane voci,
delle ore andate
e delle basse frequenze
del rimosso dolore.

La ricetta perfetta.


La ricetta perfetta.

Una dose omeopatica
di poesia al giorno
per limitare
l’insensatezza della vita.
Per la cura definitiva
si consiglia di aggiungere
una dose ulteriore
di buona musica
al bisogno.La ricetta perfetta .

Una dose omeopatica
di poesia al giorno
per limitare
l’insensatezza della vita.
Per la cura definitiva
si consiglia di aggiungere
una dose ulteriore
di buona musica
al bisogno.

Per Sara. E per tutte le altre.


Nessun senso,
nessuna parola basta,
oggi,
come già infinite volte ieri.
Nulla silenzia
il pianto delle donne,
il sangue innocente
immolato sull’asfalto
dagli altari d’ego
di amebe senza valore alcuno.
Sanguisughe
che parassitano
l’anima e la bellezza
e ci rodono il cuore,
giorno dopo giorno.
Chiedete aiuto a chi davvero vi ama,
ragazze,
salvatevi.
Correte via veloci.
Salvatevi almeno voi,
vi scongiuro,
anche in nome
di chi non ce l’ha fatta.

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