Squarcio di luce.


Squarcio di luce.

Quell’irrompere improvviso
d’un ricordo infantile,
come uno squarcio di luce
tra lo spesso fogliame,
oscuro, della maturità,
mi parla la lingua
dell’immutabilità
di una emozione.
È come tornare,
da molto lontano,
per ritrovare
gli stessi odori,
gli stessi colori,
le stesse voci,
fissate e immutate
nel tempo.

Padiglione Inquiete.


Padiglione Inquiete.

La diversità
è la sola
a condurti per mano,
invisibile e spettrale presenza,
per ardue e spoglie stanze.
Di te la follia grida,
in monosillabi di silenzio,
i segreti a forza taciuti.
Fuori,
la narrazione di una maschera di te
in cui non sai
riconoscerti.

(Ex manicomio “I tetti rossi” – Padiglione Inquiete)

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Colture in vitro.


Colture in vitro.

Fa del cervello di un giovane
un contenitore vuoto
senza segni culturali indentitari
e senza capacità critica.
Lasciaci alloggiare,
in misura variabile,
solo il consumismo,
la smania di emergere
e la sensazione di appartenere
ad una generazione perdente.
Chiunque potrà riempirlo,
a suo piacimento,
in poche settimane
di qualsiasi atrocità
e di qualsivoglia
follia ideologica.

Automi lobotomizzati eterodiretti.


Automi lobotomizzati eterodiretti.

Scene iterative,
del caos perfetto,
guidato dall’orrore
sciolto,
come veleno mortale,
nelle nostre ore
quotidiane.
L’ordalia del terrore
a fendere le nostre vite,
come fossimo zombie
in un gioco digitale,
osservando,
forma di voyerismo estremo,
la realtà e sé stessi,
attraverso la virtualità
di uno schermo.
La guerra è condotta,
per slogan e suggestioni,
attraverso le vie della comunicazione,
tra la propaganda di reclutamento
che sbriciola menti opache,
prive di spessore, di progetti e di cultura,
e il tam tam mediatico
che ci riduce
a passivi follower
di stracci di ideologie da supermarket contrapposte.
Parvenze di cause improbabili imbracciate assieme alle armi,
a gonfiare ego di profili confusi,
scatole vuote
che s’impadroniscono
delle vite altrui
per rubare quella personalità
che a loro manca.
Ferraglia dagli ingranaggi inceppati,
che si smuove solo oliata dall’odio
e figlia cretina
della social emulazione mediatica
che pensa di esistere
entrando col sangue
nella storia
– della cronaca –
per un minuto di celebrità.
Ma è solo un altro numero
della lunga lista.

Destini diversi


Destini diversi.

A noi che cademmo,
senza colpa,
il grigio dell’asfalto
non precluse
l’imperitura luce
delle stelle.
Fu allora che,
ai profanatori
del sorriso,
s’aperse, avida,
la voragine
di un infinito buio.

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Cecità.


Cecità.

Cerco il senso
del suono di un verso,
in questi tempi bui,
nelle ore scandite
dai quotidiani orrori.
Le parole hanno ancora
un potere pacificatorio
tra i pensieri violati
e le immagini
delle vite straziate?
In questo profondo buio,
tra le livide luci dei lampeggianti
e le urla di ordalie
assetate di sangue,
la volontà di morte
a farne un unico mostruoso
acefalo organismo,
riesci ancora a intravvedere
la lucentezza della vita,
la miracolosa unicità
di uno sguardo spento,
come una candela,
dal vento dell’odio?
Sono tempi bui,
le parole strozzate in gola,
come un urlo di vita
contro la religione della morte,
della sopraffazione.
Dove sono
le orme dei giusti
ad indicarci
una via d’uscita
al massacro dell’umanità?
In ogni tempo,
alcuni di essi
han saputo attraversare
il buio degli orrori
e degli stermini
e riaccendere la fiaccola
del diritto,
del rispetto dell’uomo.
Li cerco, quei giusti,
quelle guide di luce,
ma mi sento cieca
tra menti accecate e sorde
alla voce dei deboli.

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Danni collaterali.


Danni collaterali.

Danniamo al fango,
al filo spinato
e ai muri di confine
il dolore
e la speranza di vita
di altri come noi,
nati sotto un cielo sbagliato,
senza perdere il sonno
né l’appetito.
Eppure in guerra
la nostra
si spezzavano tozzi di pane
e fame e un tetto.
Ora le disperazioni altrui
sono solo
danni collaterali
di deschi non condivisi.

Ai pesci non importa.


Ai pesci non importa.

Guardo, con insistenza,
le mie scarpe rotte
fluttuare
e frugo ancora
nel fondo delle tasche
per ritrovarvi resti
d’un sogno umano,
in questa disumana
marea di corpi e di speranze,
naufragati e spersi sulla battigia.
Guardo l’orizzonte piatto e blu,
senza confine.
Non ci sono confini né frontiere
dove ti chiedono chi sei,
perché sei partito,
che lavoro vuoi fare,
dove intendi andare
o se c’è guerra
nel paese che hai lasciato.
Nessuno che ti chieda l’età,
in cosa credi, chi ami.
Ai pesci non importa nulla
di chi gli galleggia accanto,
l’acqua ti culla,
dopo averti accolto:
nessuna quota di ripartizione
qui.
Qui c’è posto per tutti.