Danni collaterali.


Danni collaterali.

Danniamo al fango,
al filo spinato
e ai muri di confine
il dolore
e la speranza di vita
di altri come noi,
nati sotto un cielo sbagliato,
senza perdere il sonno
né l’appetito.
Eppure in guerra
la nostra
si spezzavano tozzi di pane
e fame e un tetto.
Ora le disperazioni altrui
sono solo
danni collaterali
di deschi non condivisi.

Ai pesci non importa.


Ai pesci non importa.

Guardo, con insistenza,
le mie scarpe rotte
fluttuare
e frugo ancora
nel fondo delle tasche
per ritrovarvi resti
d’un sogno umano,
in questa disumana
marea di corpi e di speranze,
naufragati e spersi sulla battigia.
Guardo l’orizzonte piatto e blu,
senza confine.
Non ci sono confini né frontiere
dove ti chiedono chi sei,
perché sei partito,
che lavoro vuoi fare,
dove intendi andare
o se c’è guerra
nel paese che hai lasciato.
Nessuno che ti chieda l’età,
in cosa credi, chi ami.
Ai pesci non importa nulla
di chi gli galleggia accanto,
l’acqua ti culla,
dopo averti accolto:
nessuna quota di ripartizione
qui.
Qui c’è posto per tutti.

Esuli.


Esuli.

Siamo tutti
migranti di un altrove
da cui siamo stati
indotti a fuggire,
a notte fonda,
come banditi,
o alle prime luci dell’alba,
da una casa distrutta
o da una porta sprangata.
Tutti con le proprie croci
silenziose sulla spalla
e un gusto d’aceto
sulle labbra.
Tutti in cerca
d’accoglienza in un cuore,
di un pasto caldo
e di un abbraccio
che ci salvi,
mezzi assiderati
dalla solitudine.
Tutti in fuga
da un qualche orrore
che ci segrega
e lo sguardo
ci possiede.