Prospettive inclinate.


Prospettive inclinate.

Non ricordo
quando ho perduto
il rosso porpora
dei tuoi fianchi.
Né rammento più
dove mi condusse
lo sciabordio
della tua voce concitata,
o la luce che trasmisero
i tuoi occhi argentei
alla mielata ombra
dei miei.
Ma ho ben chiaro,
come un sinuoso mantra
di gratitudine,
con quale melodia
il tuo nome risuoni,
passeggiando solitario,
nelle stanze vuote
della mia anima.

La tua estate.


La tua estate.

Mi sentirai
accanto.
Mi sentirai vento
fremere sul tuo volto
a sera.
Mi sentirai pioggia
scrosciante e calda
allagarti il cuore
nelle ore scialbe.
Ricorderai
la melata ambra
dei miei occhi
infissa nei tuoi.

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Battaglie.


Battaglie.
Affamami pure
di ore trascorse
nell’attesa,
ma non privarmi mai,
troppo a lungo,
della luce del desiderio
che fiammeggia
nei tuoi occhi.
E sfamami di te,
una volta oltraggiati i sensi
e disfatti i rifugi,
ostaggi dei silenzi.

Cicatrice.


Cicatrice.

Breve,
come l’ultimo bacio
del sole sul mare,
sei lo spasmo avido
– della carne –
l’indelebile cicatrice
che mi rammenta
il dolore della felicità
strappata,
con la forza
di uno sguardo rubato,
alla mediocrità
degli aridi gesti,
sempre uguali,
di melense
consuetudini.

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Semi.


Semi.

Ti vivo
mentre ti guardo dormire.
Sei materia,
saliva e lacrime,
calore e sogno.
Affondo le mie dita
nella terra,
smossa e umida,
di cui è fatto
il tuo cuore.
Vi lascio il seme
del desiderio.
Tu saprai
nutrirlo
come pochi.

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La calma delle onde.


La calma delle onde.

Ho carezzato,
mille volte,
la fragilità
dei tuoi desideri,
navigando,
i miei capelli,
con molli onde,
la tua pelle.
Noi,
folli marinai
d’un oceano
di silenzio,
e soli.

Amnesie.


Amnesie.

Con certosina pazienza,
toccandoci il cuore,
lasciamo che ci accarezzi,
impudica, l’emozione.
Reimpariamo a sorridere,
dopo un’amnesia involontaria,
durata una vita intera.
Non avremo, almeno,
dimenticato d’esser stati vivi,
prima di morire.