Ritorni a giorni lontani.


Ritorni a giorni lontani.

Inquieta,
una foglia tribola
il suo eterno e problematico distacco
dal ramo annerito dall’inverno
della sua vita.

La osservo,
consapevole di una subliminale assonanza
di ruoli.

Indifferente, il tramestio armonico dei canti di uccelli
mi avvolge,
tra tenui frammenti
a ricordarmi l’oggi.

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Autumnia.


Autumnia.

E le inquietudini annego
nell’oceanico silenzio
di questa nebbia autunnale,
mollemente adagiata sul mondo
e indifferente
alle ondivaghe opinioni degli uomini.

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Sole d’inverno.


Sole d’inverno.

D’inaspettata bellezza,
il ghiaccio chiarore
di quest’alba invernale
mi satura l’anima
di muto splendore.
Negli occhi si specchia
lo sferico biancore
disegnato nel cielo,
oltre la coltre velata
di nubi d’ovatta.
Prelude e svela
quella gioia segreta
che nascondo
nel cuore.

Il contadino.


Il contadino.

Io coltivo inquietudini,
incidenti di percorso e deviazioni.
Cerco le emozioni sepolte
sotto le zolle aride,
smuovendole con le leve dell’ingratitudine e dell’abbandono.
Ravvivo ogni sera
la piccola fiamma
nel camino della mente,
con parole captate nell’etere
e pagine di immagini
strappate dal libro
della vita.
Eppure ho estirpato a lungo
la consuetudine alla noia,
senza mai riuscirne veramente vittoriosa
e ho raccolto ceste
di verdi incomprensioni
e rosse e succose condivisioni,
assai più inaspettate
delle prime.
Ho, infine, i piedi
ben piantati in terra
e il cuore palpitante
come il sole ignoto
che ogni mattina rinasce
per stupirsi ancora
di ciò che sotto, ignaro,
gli scorre senza avvedersi
d’esistere.

Orme di sabbia.


Orme di sabbia.

Mi accingo a decifrare
incendi pregressi,
come fuochi di falò
sulla spiaggia,
incombusti.

Non ancora cenere,
in un limbo lattiginoso
d’umida alba,
baluginano lo splendore
che li partorì,
inatteso, insperato,
indecente.

Le vele topazio
dei miei occhi,
quiete, smarrite,
arrese,
scandagliano ancora la riva,
fino alla prossima sera,
cercando un approdo
che non nasconda
dolore.