Squarcio di luce.


Squarcio di luce.

Quell’irrompere improvviso
d’un ricordo infantile,
come uno squarcio di luce
tra lo spesso fogliame,
oscuro, della maturità,
mi parla la lingua
dell’immutabilità
di una emozione.
È come tornare,
da molto lontano,
per ritrovare
gli stessi odori,
gli stessi colori,
le stesse voci,
fissate e immutate
nel tempo.

Strappi.


Strappi.

Ricordo albe sospese,
come negli incantevoli
momenti delle attese,
rosate carezze
a rimarginare gli strappi
di dolorosi pensieri.
Troppe le trame
sfilacciate,
tutto attorno,
in questo vento amaro
di addii.

Il tempo e la pace.


Il tempo e la pace.

Una luce gentile
è scesa
nella sera
della mia vita,
incatenata, da anni,
al mio cuore stupito
e abbandonato.
La guarigione dorata
si diffonde
dall’aurea luce
dell’ora silenziosa.

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Il dentro e il fuori.


Il dentro e il fuori.

L’essenza scaturisce
dalla somma del segno
e dello spazio.
Nell’assenza e nel ricordo
scorrono i confini
che cingono
la nostra vita.

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Ore di luce e di promesse.


Ore di luce e di promesse.

E tutto splendeva,
quel giorno di incanto
e di eterne promesse.
Languidamente
fluiva la luce
tra i nostri
sperduti sguardi.
Ed ogni parola
vestiva di inconsueta
consonanza,
narrandoci
di miele e cannella
versate sulla pelle.

Visione.


Visione.

Percorrere un corso
inaridito,
sperando nell’imponderabilità
d’un fecondo temporale.
‘Ché non sia destino
dell’invecchiare,
preda del malcontento,
l’indossare del cinismo
il mal adorno sorriso
del disincanto.


Fotografando con gli occhi di Hopper

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La splendida mostra di Roma