Frammenti al crepuscolo.


Frammenti al crepuscolo.

Mimetizzando mille
sottaciute battaglie
senza uscita
sotto un sorriso gentile,
anime s’accarezzano
di sguardi trasparenti.
Non c’è più l’urgenza
d’un trasalire
d’eccessi di parole.
Come risacca a sera,
ammararsi, silenziosi,
nei porti occulti dei cuori:
in accoglimenti temporanei,
oltremodo soli,
oltrepassare il buio
in attesa della scialba luce
d’un’altra bianca alba.

Destini diversi


Destini diversi.

A noi che cademmo,
senza colpa,
il grigio dell’asfalto
non precluse
l’imperitura luce
delle stelle.
Fu allora che,
ai profanatori
del sorriso,
s’aperse, avida,
la voragine
di un infinito buio.

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Cecità.


Cecità.

Cerco il senso
del suono di un verso,
in questi tempi bui,
nelle ore scandite
dai quotidiani orrori.
Le parole hanno ancora
un potere pacificatorio
tra i pensieri violati
e le immagini
delle vite straziate?
In questo profondo buio,
tra le livide luci dei lampeggianti
e le urla di ordalie
assetate di sangue,
la volontà di morte
a farne un unico mostruoso
acefalo organismo,
riesci ancora a intravvedere
la lucentezza della vita,
la miracolosa unicità
di uno sguardo spento,
come una candela,
dal vento dell’odio?
Sono tempi bui,
le parole strozzate in gola,
come un urlo di vita
contro la religione della morte,
della sopraffazione.
Dove sono
le orme dei giusti
ad indicarci
una via d’uscita
al massacro dell’umanità?
In ogni tempo,
alcuni di essi
han saputo attraversare
il buio degli orrori
e degli stermini
e riaccendere la fiaccola
del diritto,
del rispetto dell’uomo.
Li cerco, quei giusti,
quelle guide di luce,
ma mi sento cieca
tra menti accecate e sorde
alla voce dei deboli.

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Danni collaterali.


Danni collaterali.

Danniamo al fango,
al filo spinato
e ai muri di confine
il dolore
e la speranza di vita
di altri come noi,
nati sotto un cielo sbagliato,
senza perdere il sonno
né l’appetito.
Eppure in guerra
la nostra
si spezzavano tozzi di pane
e fame e un tetto.
Ora le disperazioni altrui
sono solo
danni collaterali
di deschi non condivisi.

Quotidiana tempesta.


Quotidiana ptempesta.

Distillo l’odio che mi porgi,
con volgare ingratitudine
quotidiana,
in un calice di fiele.
Una goccia d’esso
già sarebbe sufficiente
a bruciare ogni fotogramma
di quel film per cuori illusi
che si fosse salvato
da questo nostro
penoso naufragio.

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La nuotatrice.


La nuotatrice.

Mi rifugio
nell’accoglienza
di questo vuoto sazio,
fatto di silenzi.
Vie di fuga,
tra sterpi e rovi,
mi hanno già ferita.
Non cerco
un’altra pagina
da sfogliare,
distrattamente.
Annego la malinconia
tuffandomici dentro,
a grandi bracciate
mi allontanerò
da troppo stridore.
La luce del faro,
intermittenza del cuore,
a carezzarmi il viso.