Bilanci “sospesi”.


Bilanci “sospesi”.

In un mondo pieno
di mistificatori di tenerezza,
aggirarsi sola,
da sempre eremita
dei miei sogni interrotti.
Riposte in un fagotto
raffazzonato in fretta,
manciate di sorrisi
da dipingersi all’uopo,
mi dondolo, annoiata,
come una trapezista funambola,
percorrendo le strette corde
della vacuità
di parole inventate
e di verità taciute,
per non rischiare
di precipitare in fondo
al nero del mio cuore,
senza il vitale e ultimo sostegno
d’una fitta e solida
rete di bugie.
I bilanci, d’altronde,
sono sempre truccati.

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L’assenza.


L’assenza.

Nostalgia di parole,
tracce d’emozioni
graffiate sulla carta.
Non gelidi schermi
che separano,
né tasti il cui suono
non è musica di una voce
amata, né spazi vuoti
di profumi, di pelle.
Un inutile cercare
d’afferrare nell’aria
sottaciute assenze.

Intangibili silenzi.


Intangibili silenzi.

Non è cosa
ti conduce là,
ma con chi sei;
non è dove ti trovi,
ma il perché ci sei.
Trasparente,
attraverso corpi e sguardi
che non mi sfiorano:
vago assente da me
per troppe ore al giorno.
Mi è dunque necessario
dirigermi silenziosa
ove le urgenze dell’anima
mi suggeriscono di andare
per ritrovarmi infine.

Domande.


Domande.

Cosa indusse
i nostri cuori
a rinsavire?
L’oblio dell’ombra
che s’allungò,
rapace,
sui nostri sguardi
o il macerarsi lento,
nel dolore,
d’ogni smarrita speranza?
Le domande
si disperdono nell’acqua,
come foglie in autunno.

Arrivederci.


Arrivederci.

Altre orme
si uniscono
ad infinite file
d’eguali orme,
in un continuum
di lente
sparizioni dolorose.
Sconfinate,
in lento pellegrinaggio,
oltre i luoghi conosciuti
all’intelletto,
s’incamminano.
Gli echi dei passi,
infine, farsi sgomento
e silenzio.
Chissà dove si trova,
il luogo dei reincontri,
quel sorridersi ancora
come se tutto dovesse
per sempre durare,
tra una promessa
per gli anni a venire,
o forse solo
per il giorno dopo.